Due ore innanzi giorno, buona schiera di armati precedendo e seguitando, da una parte il frate, dall'altra il carnefice, il Castiglione, il Carduccio, il Gherardi, il Soderini e il Cei erano condotti giù per la grande scala del Palagio nella corte a ricevervi la morte. Il Cei scendendo pose il piede tra mezzo una fenditura degli scalini e se lo storse in isconcia maniera.

«Ci mancava anche questa!» esclamò crucciato; «io non so, messere Francesco, perchè, quando eravate gonfaloniere, non vi deste pensiero di fare accomodare questa scala.»

«Veramente, Giambattista, io non contava di averla a scendere mai.»

«Vedete! Bisogna porre buona avvertenza a tutto; e' pare ne sia stato architetto un cerusico.»

«Giambattista», riprese il Castiglione, «un romano avrebbe tolto in sinistro augurio il vostro inciampo e se ne sarebbe tornato indietro.»

«Ormai, Bernardo mio, non ne varrebbe il pregio. Messer Iacopo, a che pensate voi? Su, animo.»

«Eh! io penso non essere questo il miglior quarto d'ora della nostra vita...»

«Perchè no? Noi ci acquistiamo un tanto; — tolto che ci abbiano il capo, per esempio, non ci dorranno più i denti...»

«E poi andremo a vedere», interruppe il Soderino, «come si risolva il gran forse.»

«Come, messere Luigi, dubitereste di Dio?» domanda Giambattista.