«Io non credo e nè anche discredo; la fede non dipende da noi, non più che avere il naso lungo o corto. — I frati mi consigliavano a digiunare, ma siffatto argomento mi faceva venire fame, non fede; — sicchè all'ultimo, conoscendo ch'io non valeva a sciogliere il nodo, mi sono condotto nella vita come se Dio fosse. — Se Dio esiste, — ho detto, — per certo egli ha viscere di misericordia, e quante volte ho potuto ho soccorso i miei fratelli. In somma se il Creatore esiste, non vorrà rigettarmi dal suo seno, perchè il mio ingegno non seppe comprenderlo; — se poi...»

«Tacete», favellò il Carduccio, «l'altro supposto non possiamo concedervi or che tra l'ombre io scorgo il nostro letto di morte.»

«Anzi, appunto per questo lasciatemi proseguire; — se poi egli non è, io ho cercato mantenermi nella vita tale da accogliere la morte tranquillo come un sonno confortatore.»

«La scala è terminata, badate alle gambe», grida il Cei che camminava in capo alla comitiva.

«Ah!» sospirò profondamente il Gherardi.

«Gemete voi?» lo interrogarono gli altri affannosi; «deh! non vi manchi l'animo al maggiore uopo!»

«Ahimè! Mi duole partirmi da questa terra senza pure contemplare un'altra volta la luce divina...»

«Meglio così; — forse più forte ci stringerebbe l'angoscia se vedessimo la cara patria rallegrata dai raggi mattutini del sole...»

«Ahimè! ahimè! Carduccio mio, come lasciamo la patria!»

«Largo le lasciamo un retaggio di virtù e di sventura; noi pregheremo del continuo l'Eterno che le asciughi le lacrime e la renda alla sua prima bellezza...»