Il papa, quando n'ebbe notizia, versò più di una lacrima ed ordinò un solenne ufficio di requie per l'anima di cotesti poveri defunti. — Che Dio faccia pace a quel buon papa!
E ormai insaniva la belva inebbriata di sangue: molte altre morti funestarono la città. Lionardi Sacchetti avvelenato periva, al Ciofi mozzarono il capo. Non poche condanne però riuscirono invano, come quelle di Dante da Castiglione e di Lionardi Bartolini, perchè si posero in salvo; notabilissimi cittadini stettero imprigionati nella cittadella di Pisa, nella rôcca di Volterra o nelle Stinche a Firenze; sommò a numero inestimabile la quantità dei banditi. In ogni città, in ogni castello d'Italia e qualche volta in terre straniere lasciava Firenze miserevoli brani della sua bella cittadinanza; ne confinarono su le Alpi, a Malta, nei borghi più remoti ed inospitali della Sicilia; e quello che fa maggior compassione a considerare si è questo, che molti furono o di così poca mente o di cuore tanto codardo che con disagio e spesa infinita mantennero i confini, pur confidando che la persecuzione avrebbe tregua una volta; decorso il termine del primo confine, li condannarono ad un altro più aspro; e morirono rovinati nelle sostanze, scherniti dal mondo, senza nè anche il conforto che nasce dal sentirsi incontaminati.
E perchè forse terranno alcune genti il mio racconto sospetto e lo reputeranno fatto ad arte per vituperare chi primo instituì la tirannide nella Toscana, valgami la testimonianza di Benedetto Varchi, il quale, come spesso sono venuto rammentando, scriveva storie per commessione di Cosimo I. Costui, e comecchè nè grande cuore nè peregrino ingegno si fosse, costui tuttavolta, più che al tiranno compiacendo al vero, con eterna sua lode, sposta prima la infame proscrizione, dettava la seguente pagina: «Io non so quello che a coloro i quali queste cose leggeranno sia per dovere avvenire; so bene che a me hanno elleno tanto arrecato in iscrivendole non pure di rincrescimento e compassione, ma d'indignazione e sbigottimento, che io, se le leggi della storia, le quali io, giusta mia possa, non intendo di trapassare ritenuto non mi avessino, arei in così larga occasione lungamente deplorato non meno la miseria e infelicità della natura umana che la perfidia degli uomini; conciossiacosachè queste cose fussono fatte tutte quante direttamente contro la forma della capitulazione, nella quale si perdonava liberamente a tutti coloro che in qualunche modo e per qualunche cagione avessono o detto o fatto o contra la casa dei Medici, o contra alcuni de' parenti e seguaci loro: — e con tutto questo si ritrovano al presente di coloro i quali hanno o l'animo così efferato o la lingua tanto adulatrice o la mano cotanto ingorda che, lontanissimi così da ogni umanità come da ogni verità, scrissono nelle storie loro che papa Clemente, troppo temperato in tutte le sue azioni, parendogli che fosse uficio di reputazione e pietà sua mantenere il nome il quale s'aveva preso, usando moderata vendetta, fu contento della pena di pochissimi. Del che tante più si dovrà o maravigliare o stomacare chiunche saperrà che la volontà di Clemente era che per più tempo ad ogni mano d'Otto si seguitasse di confinarne degli altri: ma le grida che si sentivano per tutta Italia e fuori, non senza grandissimo carico di don Ferrante, giunsero all'orecchie di Cesare, e questo cagionò che in confinando non si procedette più oltre[367].»
Questo era il perdono di papa Clemente!
In qual modo si adempisse il patto sostanziale, salva sempre la libertà, adesso e più brevemente esporremo.
Un Giovannantonio Mussetola venne a Firenze con certa carta che fu detta bolla d'oro, fatta da Carlo V in Augusta a' 21 ottobre l'anno 1530, e visitata prima la santissima Nunziata dei Servi, secondo la vecchia arte di regno con la quale si tenta chiamare la Divinità a parte delle tristizie dei potenti, andò in palazzo seguito da moltitudine di popolo gridante: Palle, — Medici, — Carlo, ed altre simili voci. La Signoria gli andò incontra fino alla scala; egli entrato nella sala dei Dugento salì sopra un rialto tenendo a mano dritta il duca Alessandro, a manca il gonfaloniere con quattro signori per parte; drizzatosi in piedi, con reverenza lesse la bolla.
Diceva in sostanza il foglio: essere Firenze decaduta dai suoi privilegi per la temeraria guerra impresa contro lo imperatore; averla però di nuovo tolta in grazia per la clemenza propria e ai preghi di papa Clemente; ordinare che la famiglia dei Medici e conseguentemente Alessandro, duca di Civita di Penna, suo genero, si ricevessero e accettassero con quella stessa maggioranza la quale vi avevano innanzi che cacciati ne fossero, e, riformandosi lo stato come avanti il 1527, il detto duca fosse capo di tal reggimento in tutti gli uffici e magistrati, finchè durava la vita sua; e lui morto, i suoi legittimi figliuoli ed eredi e successori maschi discendenti del corpo suo; e mancata la linea legittima di Alessandro, succedesse in quella maggioranza il più propinquo parente della medesima casa.
Troppo grave offesa era questa alla libertà della Repubblica, e nonpertanto poca alla cupa libidine di Clemente. Nè già era costui ardito, come il Valentino, da porre la fortuna sopra un dado e trarne fuora Cesare, o nulla, bensì tale, conservato prima il mal tolto, da condursi per via di avvolgimenti a nuove rapine, — e nemmeno apertamente iniquo, come il conte Francesco Sforza, sibbene, il costume de' suoi maggiori seguitando, tale da mettere con arte altri innanzi, corrompere, tentare il terreno, fingere insomma d'indursi con mala voglia e richiesto a fare quello che, se meno era codardo, avrebbe a forza voluto e acquistato. — Cominciò ad usare suoi ingegni con Baccio Valori, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Marco Strozzi; se non che questi, non meno tristi di lui, e più di lui astuti, quantunque indovinata la sua mente, fingevano di non intenderlo, parendo a loro esorbitanza degna di eterna infamia privare affatto la patria di ogni simulacro di libertà.
Considerato allora Clemente che quel battere delle buche non faceva saltare fuori la lepre, deliberò vincere la ipocrisia e mostrare aperta la sua intenzione; cosa, la quale sebbene apparisca dovere essere agevole a cui abbia ormai conculcato la virtù, vediamo all'opposto riuscire ardua a praticarsi, certamente perchè quanto più l'uomo abbandona la sostanza, tanto maggiore sente il bisogno di attenersi alle apparenze. — Chiamava pertanto a Roma Filippo Strozzi, disegnando adoperarlo per mandare a fine il suo proponimento.