Era Filippo uomo di arguto intelletto, di modi cortigianeschi e magnifici, vago di conviti, di caccie e di ogni maniera signorili sollazzi; nelle cose di amore intemperantissimo senza considerare nè sesso nè età; d'indole varia, versatile; di principe o di repubblica poco curante, moltissimo di sè; nè tutto al vizio, nè alla virtù tutto; sebbene sul principio della sua vita più di quello studioso che di questa, all'ultimo poi più di questa che di quello, onde con la morte generosa seppe redimere molte, se non tutte le colpe commesse durante la vita. Adesso compariva ed era strumento efficacissimo di servitù. I giovani nobili rimasti a Firenze, avendo preso a schifo la parsimonia del vivere repubblicano, pur troppo si mostravano vogliosi a seguitare gli esempi di Filippo, e così con la rovina delle virtù civili si apparecchiava la morte di ogni magnanimo spirito, o vogliamo dire la vita del buon ordine del principato. Ciò che apporta non poca gravezza nel considerare la ragione delle vicissitudini umane si è questo, che la corruzione, madre sempre di tirannide, suole precederla, accompagnarla ed anche seguitarla; mentre la virtù, senza di cui ogni argomento a migliorare le nostre sorti è novella, di rado accompagna e non precorre mai la repubblica: onde Vittorio Alfieri scrisse la virtù parergli piuttosto figlia che madre di liberi stati. La quale opinione mi è piaciuto accennare non già perchè nessuno deponga la speranza, ma all'opposto per la ragione che se talora gli eventi non vanno a seconda dei desiderii, i troppo vogliosi témperino i smoderati e gli accomodino ai tempi, ai casi e all'indole di questa nostra stirpe, più assai infelice di quello che in generale noi non supponiamo.
Giunto Filippo in Roma, Benedetto Buondelmonti in nome del papa si fece ad incontrarlo e gli disse essere giunto il tempo di ricuperare la grazia del pontefice smarrita e cancellare i sospetti passati, assentendo o tutte le cose che gli verrebbero proposte, ossivero di contradirle senza profitto della città e con suo pericolo estremo. Filippo prontamente si offerse qual più lo volessero, consigliere o cooperatore. Cominciarono i segreti colloqui col papa, dove, oltre lo Strozzi e il Buondelmonti, egli raccolse Iacopo Salviati, Roberto Pucci, Bartolomeo Lanfredini ed altri pochi della casa Medici svisceratissimi. Il papa espose che, essendo in là con gli anni, voleva scendere nel sepolcro sicuro che la signoria di Firenze si mantenesse nella sua famiglia, la quale a lui pareva che bene la meritasse per gli amplissimi beneficii, così in pace come in guerra, procurati a suo vantaggio. E Filippo tosto chiosava il testo dimostrando con mirabile eloquenza tempestoso il vivere nelle repubbliche; doversi ai grandi corpi politici dare un capo, una forza unica, una rappresentanza alla quale i cittadini, non potendo pervenire, cessino d'invidiare, il governo assoluto in somma; consiglio non meno pernicioso che stolto parergli quello di lasciare a governo di Firenze, siccome era al presente, due teste, il duca e la Signoria; ciò partorire pessimi effetti e mostruosi non meno nei corpi morali che nei fisici; chiamarci alla unità la natura, con splendidi esempi manifestarcela, Dio ottimo massimo esistere solo.
Alle magnifiche parole di Filippo, Iacopo Strozzi di mano in mano veniva rispondendo: «Filippo, tu non la di' come la intendi; e se la intendi come la di', tu la intendi male.»
Lo Strozzi ciò nonostante procedeva imperturbato, e, per farsi più benigno Clemente, conoscendo l'animo riposto di lui, adesso parla della necessità di fabbricare una fortezza, arnese efficacissimo a reprimere le subite ire del popolo, a porgere asilo nei frangenti pericolosi, a tutelare, il governo; avvegnachè la sperienza abbia insegnato che i moti popolari presto si calmino, e se tu ti mantieni in parte da mostrarti quando la plebe comincia a stancarsi, di leggieri la riduci all'antica soggezione. E Iacopo Salviati, che pure era parziale e parente dei Medici, oltre il citare molti bellissimi esempi di tiranni antichi, ai quali nè le fortezze nè i giachi nè il mutare di letto nè i molossi posti a guardia dei penetrali valsero punto, ricordò l'esempio domestico e moderno dei cittadini fiorentini, che, quantunque armati alla morte di Lione papa, mantennero in podestà i Medici sprovveduti di armi e di provvisioni a difendere o ad offendere capaci; e disse ancora l'annona abbondante, la giustizia dirittamente amministrata, il buon governo in somma tenevano il popolo contento, non già le fortezze, inventate a tiranneggiare i popoli ed atte piuttosto ad offendere altri che a difender sè, piuttosto a porgere sospetti che a dare sicurezza. E poichè Filippo insisteva smanioso a ributtare cotesti argomenti e si sbracciava a persuadere il contrario, Iacopo gli ebbe a dire queste parole, conservateci dalla storia: «Voglia Dio che tu, Filippo, nel mettere innanzi il disegno della fortezza, non iscavi la fossa nella quale sotterrare te stesso.»
Detto umano non parve mai più profetico di questo. Caduto Filippo dal sommo della prosperità, tratto a gran vituperio sopra un muletto, tra lo schiamazzo della folla inseguente, per la città che seppe ridurre schiava e non valse poi a rivendicare in libertà, o di propria mano, come si disse, o per l'altrui, come meglio si sospettò, trovava morte sanguinosa nelle male innalzate mura.
Data forma al disegno, Antonio Guiducci arcivescovo di Capua, giunse primo a Firenze con la risoluzione della mente del papa, poco dopo Roberto Pucci per disporre le materie, — in ultimo Filippo Strozzi per mandare a fine il concertato tra loro.
Che importa raccontare il come? Dopo dugento cinquant'anni fu casso il gonfalonierato, — il principe assoluto istituito. — Primo duca fu Alessandro dei Medici, bastardo del pontefice Clemente e della schiava africana moglie del vetturale da Colle.
Seguì una serie di turpitudini e di delitti, per cui la casa degli Atridi, al paragone di quella dei Medici, rimase disgradata; — s'inebbriano dell'ira di Dio e del sangue del popolo; — muta indole l'uomo, — muta natura la terra. — O Firenze, tu apparirai d'ora innanzi quasi una lira a cui il poeta nel suo furore abbia strappato le corde.
E la pena fu condegna alla colpa. La famiglia dei Medici mancò priva di fama, di vigore, di discendenza, — di tutto; — lasciò eredità, — non d'ira, perchè il disprezzo da gran tempo aveva vinto lo sdegno, — ma di schifo e di abiezione. E gli ultimi Medici, quando videro imminente il sepolcro a divorare la intera stirpe di loro, e conobbero i popoli sopravvivere ai tiranni, — e, pentiti delle colpe dei padri, intesero restituire il mal tolto, — la libertà a Firenze, — altri principi tiravano giù dalle loro spalle le mal rapite vesti per ammantarsene prima che fossero morti; — il ladro prima dell'ammenda fu derubato. — Ma le proteste di Cosimo III al congresso di Londra e il testamento di Gian Gastone fanno fede della rapina del principe e del diritto imprescrittibile del popolo. Chi più ne vuole, e più ne cerchi; io ho le mie ragioni onde non raccontare per ora storia moderna.
Però Dio, anche nelle estreme miserie, non ci abbandonò intero; e nel modo stesso che il sole in un giorno d'inverno, quando sta per toccare i lembi estremi dell'Oceano, all'improvviso da qualche apertura manda lontano sopra la terra pallido e non pertanto bene augurato il suo raggio, — pegno di giorno men tristo; — così sul punto della morte della Repubblica e allorchè Carlo V, gonfio il cuore di superbia, teneva i popoli in conto di polvere da calpestarsi dai suoi piedi imperiali, e i principi per iscudieri, — nel mentre ch'ei non reputa capaci a resistergli, non che altri, gli stessi elementi, e appena concede avere un emulo in cielo, — ecco un vecchio venerabile di canizie gli attraversa il cammino, e gli dice: