«Re della terra, tu hai intorno al capo un diadema di potenza e di diamanti; — me, vedi, cinge la corona della morte, — i capelli bianchi. — Re della terra, anche tua signora è la morte: e noi occuperemo lo stesso spazio in grembo alla natura. Perchè hai misfatto alla tua parola? Perchè ci hai tradito? Credi che la voce del popolo non giunga al cielo? Io vo' che tu sappi curvarsi Dio per ascoltare le querele della sua creatura. Mantienci la libertà che ci promettesti; — restituisci la patria che ci assicurasti o almeno rimettici nella nostra terra; — rendici le armi che a patto soltanto e sotto la tua fede deponemmo; — e poi conquistaci da cavaliere e da cristiano, non da traditore e da codardo.»
E Carlo tremante, volendo e non potendo sdegnarsi, che il rimorso lo pungeva come aspide, rispondeva:
«Tornate in patria; — riavrete le vostre sostanze, purchè vi lasciate governare dal duca Alessandro.»
«Noi vogliamo patria e libertà; tu ce l'hai rapite, e noi da te le ripetiamo, — e te le richiederemo al tribunale di Dio.»
Il caso avveniva a Napoli; — era l'egregio vecchio Iacopo Nardi. — Io non mi dilungo su questa avventura: adesso cominciano tempi squallidi e che pure meritano essere esposti per insegnamento degli uomini; ed io nel sospetto che le anime gentili si sconfortino nell'udirli raccontare, considerando con occhio attonito come manchi talora all'uomo una caverna per ripararsi dalla procella della tirannide, che pure fu concessa alla belva per ischermirsi dalle tempeste della natura, gli lascio. Cominci da lei chi detterà la storia del principato; — la protesta del Nardi in cima al libro parrà quasi l'impronta di Caino sopra la fronte del tiranno. Su via, sorga qualche animoso in Italia che sappia scrivere un libro col cuore col quale combatterebbe una battaglia. Nella terra di Dante non nascerà più alcuno che valga ad apparecchiare un nuovo Inferno d'infamia a coloro che ridussero in servitù la nostra bella Firenze?
Il poema a cui non pose mano e cielo e terra, e che tuttavolta mi è sacro[368], qui ha fine. Però a me e ad altri sembrerebbe incompiuto, dove non raccontassi gli ultimi fati dei più notabili tra i personaggi del mio dramma. Adempirò a questo ufficio con anima pari a quello che, la Dio grazia, ho saputo conservare fino a questo momento.
Zanobi Bartolini, col cuore roso dal rimorso e dall'ambizione delusa, si ridusse ed abitare la sua villa di Rovezzano; qui, sospettando per sè, — il giudizio dei posteri presentendo severo, menò squallida vita. Il più delle volte tristo, solo e secondo il suo costume seduto, sonnecchiando, sopra un seggiolone ch'ei poneva obliquo al pavimento. A vederlo in cotesta attitudine nissuno avrebbe pensato qual battaglia combattessero nel suo spirito le feroci passioni; ma la settimana stampava su la faccia di lui le impronte dell'anno; — le sue labbra sovente balbutivano inintelligibili parole, — invocava la morte. Un giorno alcuni suoi famigliari, credendo ch'ei dormisse, si posero a lamentare su la Repubblica ed a rammaricarsi della cecità loro, che, lasciandosi svolgere dai sofismi del Bartolini, avevano le proprie forze adoperato a istituire la tirannide in casa. Chi ci torrà da dosso questo Alessandro che noi stessi abbiamo voluto? Che cosa più ormai gli rimane a tentare? Non è egli forse diventato assoluto tiranno?
«Assoluto tiranno! Chi assoluto? Voi v'ingannate; non capitolava Fiorenza a patto della conservata libertà?»
«E voi, uomo riputato prudente, pensate essere alla malevoglienza ed alla forza bastevole riparo una carta scritta? Stamani fu soppressa la Signoria, casso il gonfaloniere, Alessandro de' Medici proclamato tiranno.»