E con impeto nervoso ricacciò il marraiuolo dentro alla fossa, il quale cominciando a sentirsi agitare dai vani terrori che a quei tempi ingombravano le menti del popolo, tremando forte e senza più levare la faccia da terra, si adopera a terminare lo scavo.

Pieruccio si pone a sedere su di una pietra; i gomiti appoggia sopra i ginocchi, le guance abbandona ai pugni e contempla Firenze.

«Addio, di repente proruppe, — addio, Fiorenza la bella, — addio, patria; — io non conobbi mia madre, — mio padre mi procreò nell'ora del delitto e si vergognò del suo sangue. — Tu, Fiorenza mia, non ti vergognasti di me — tu mi hai amato come figliuolo, — io come madre; — mie tutte le tue glorie, — non concittadini, ma fratelli miei gl'incliti personaggi che uscirono dal tuo fianco. — Quando ambasciatori, baroni, uomini insomma di alto affare venivano a farti omaggio, io, aggrappato al capitello di una qualche colonna e spenzolato dal cornicione di un palazzo, godeva dello splendore del corteggio e delle cerimonie usate alla Signoria, — e il mio cuore esultava come di onoranza resa alla mia famiglia: — il mio stemma faceva giglio rosso, — il gonfalone di Fiorenza era il mio pennoncello. O Fiorenza! ti versi l'Appennino acque perenni, onde tu goda di eterna fragranza, e dal tuo fiore emanino sempre effluvii di grandezza e di gloria... Tuttavolta i fanciulli della mia città mi hanno percosso nel capo, — tale altra m'insanguinarono il fianco, — ma, — vedete, — qualche dolore ci fa meglio amar la cosa diletta. E poi qual dolore non placava l'esultanza di vagare pei suoi campi in primavera, — e i piedi, le mani, la faccia, rinfrescare di rugiada, — inebbriarsi nei primi raggi del sole, con aperte narici bevere l'area che spira vividissimo dai colli paterni? — la terra morbida per erba folta ti sembra elastica sotto le piante: tu ti senti leggiero da sfidare al volo la rondinella che venne da lontane regioni a rallegrare l'anno che rinasce... — Oh come è lieta la vita! Marraiuolo, hai terminata la fossa?»

«Più poco manca.»

«Aspetterò paziente. — Adesso, o Fiorenza, i tuoi lioni hanno cessato di ruggire. — Alla repubblica arriva gradita la voce del re degli animali, — al principe giunge increscioso qualunque suono che non sia di cortegiano. — O patria mia! tu mi giaci davanti, e sei anche bella, perchè la vergine il primo giorno della sua morte, quando l'ornano di fiori, e la vampa dei ceri accesi le mantiene su le guance un crepuscolo di vita, sembra che dorma; — pure tu sei morta, — ben morta, — povera patria! — La statua equestre di Giovanni Acuto, costà in Santa Maria, par che muova le braccia in battaglia; il suo buon destriero solleva le gambe per mutar il passo; — o gente che vi trovate sotto la mensa che sostiene il simulacro dell'Acuto, non vi prenda timore, — quel passo non sarà mutato, — coteste braccia non faranno più moto nel mondo, — il prode capitano diventò una cosa inanimata. — Fiorenza ormai non cambierà più fianco, imperciocchè ella non dorma, ma giaccia morta; — tra poco il segno della putredine contaminerà la sua faccia: — chi lo nega? — forse l'arca di marmo pario scolpita di sottile lavoro e le gemme, i monili e le vesti di velluto magnifico salvarono il corpo della contessa Matilde dell'insulto del verme? Chiunque muore si disfà. — O Fiorenza! se almeno ti avessero gettato sopra le spalle un lembo di porpora e sul capo una corona di spine, e nelle mani posto una canna per iscettro... come Gesù, saresti argomento di compassione; — ma no, gli scellerati non si tennero contenti a renderti infelice, essi ti hanno voluta contennenda e giocosa. Ti hanno acconciato in capo una corona di carta e ti posero al fianco una spada da giullare, — poi ti hanno data in moglie al figlio di un prete e gli hanno imposto per patto nuziale che ti avveleni; — egli ti viene addosso e ti porta il veleno nel manto ducale; — costui è miserabile e piccolo, — eppure non meno mortale uccide il suo veleno. — La potenza di nuocere non si misura nei principi dalla grandezza dello stato, — appartengono tutti alla medesima famiglia dei serpenti, — l'aspide spegne al pari del dragone...»

«La fossa è pronta.»

... erano condotti giù per la grande scala del Palagio nella corte a ricevervi la morte.... Cap. XXX, pag. 752.

«Sii benedetto, marraiuolo; — eccomi — il mio cuore si rompe; — marraiuolo, prendi tutti i miei fiorini, — lasciamene solo uno — uno solo sul cuore; certo io non sentirò più nulla tra poco, ma l'impronta del giglio mi farà del bene: — in ogni caso, quando risusciterò, il mio primo sguardo sarà pel giglio, e la mia anima esulterà. — Marraiuolo, ponmi poca terra sul corpo, perchè voglio esser pronto alla chiamata dell'angiolo, — voglio precedere al giudizio di Dio i tiranni della mia patria che avranno sepolcro costà nella valle — e accusarli; — e se non apriranno a me povero peccatore le porte del paradiso, scongiurerò la infinita misericordia onde mi converta in demonio per tormentarli a senno mio nell'inferno. — E voglio anche precedere il tristo armento di quanti voi altri mi seppellite qui intorno, onde, quando giungeremo davanti al giudice piangolosi e supplichevoli, io possa essere in tempo a gridargli: Dio eterno, cacciali via, perchè hanno combattuto contro la libertà della mia patria. — Oh! quanto è gran dolore abbandonare la madre e la sposa, ogni cosa in somma più caramente diletta, e abbandonarla infelice! — un bacio, — un altro bacio, — un altro ancora.» — E qui si avvoltola per la terra e la bacia e ribacia con delirio smanioso, poi ripiglia: — «Dio creatore, perchè, se la terra doveva essere un luogo di pellegrinaggio, l'hai piena di tanti affetti? O perchè non ci hai fatto il cuore più duro? E se la terra era un luogo di prova, ond'è che ci adunasti tutti gli affanni dell'inferno? Perchè per un solo paradiso ci apparecchiasti due inferni? — Veramente la nostra patria è fuori di questo mondo; — qui non possiamo vivere innocenti nè illesi; — di là il ristoro delle angosce, di là il riposo, di là la riparazione dei torti, il premio e la gloria... Io chiudo le palpebre e muoio. — Nondimeno..., Dio padre..., se prima della fine dei secoli... Fiorenza mia ritorna bella e decorosa, se torna ai suoi leoni il ruggito, se il gonfalone della Repubblica alle sue torri... Dio padre, toccami gli occhi ed aprimeli, — un minuto, — un attimo, — ch'io la riveda... ch'io intenda il grido: viva Fiorenza!... e poi starò per patto un milione di secoli nel purgatorio... Fiorenza..., cuoprimi...»