La bocca del Pieruccio appariva contaminata di spuma, — la sua persona nel furente rotolarsi sul terreno sassoso era rotta in più parti nè dalle aperte ferite usciva sangue, ma poco siero sanguigno che andava rapprendendosi intorno alle margini: povero Pieruccio! sembrava percosso da epilessia; — i suoi ultimi moti erano disperati ed angosciosi come quelli del pesce trafitto dai denti della fiócina; — l'estremo atto convulso lo sorprese sull'orlo della fossa e vi traboccò dentro, tenendo le mani compresse sul cuore con un fiorino stretto tra le dita. Il marraiuolo stette alcun tempo co' capelli ritti, la persona composta a terrore, non osando nè potendo movere passo: — poi vide i fiorini sparsi e si curvò a raccoglierne uno... due... tre e tutti, non senza volgere sospettoso lo sguardo alla fossa per mirare se ne usciva il Pieruccio. Si quietò la paura, e l'avarizia prese a dominare assoluta su quello spirito tristo: allora si risovvenne del fiorino che il Pieruccio aveva tolto per tenersi sul petto, — gli venne l'agonia di possederlo, — non gli bastarono i tanti raccolti, — gli sarebbe parso di non averne pur uno, se non giungeva ad attrappargli anche quello; — però affacciarsi alla fossa non si attentava; — tra il sì e il no vacilla, — mosso appena il passo, a sè lo ritrae frettoloso, — finalmente imprime un'orma in avanti, la seconda seguita spedita, — si affaccia alla fossa. Oh Dio! — Pieruccio ha gli occhi aperti come persona viva, — come morto le pupille intente, — e la sua bocca contratta non si sa bene se rida o se minacci. — Finchè il marraiuolo vedrà quel volto, non gli riuscirà toccarlo; — concepisce nuovo consiglio, — impugna la pala e gli getta tre o quattro palate di terra sul capo; — così assicurato, si spenzola dalla fossa e, tese le braccia, s'ingegna ad aprire con forza le mani al Pieruccio e levargli il fiorino. — Sia che avanzo alcuno di vita rimanesse in questo misero, sia, come credo piuttosto, che ciò derivasse da moto spontaneo del corpo, comunque cadavere, il capo di lui si alza con violenza di sotto terra ed empie di fango gli occhi e la faccia del marraiuolo. — La paura lo vinse; — stette lungo tempo semivivo e immemore di sè, sporgente col capo, le braccia e fino al torace dentro la fossa; — mal si distingueva il vivo dal morto. Quando risensò, non potendo ricuperare l'uso delle gambe, carponi a modo bestia allontanavasi: — la cupidigia e l'avarizia sue lo avevano degradato anche sotto la condizione del bruto.
Finalmente Giovanni Bandini stampa un'orma sul terreno della patria con la esultanza del nemico che preme il seno del vinto nemico. — Ahi misero! — Adesso ha côlto il frutto della vendetta, — si accorgerà più tardi di qual gusto egli sappia, — più tardi l'agonia della offesa e il rimorso e la paura; — più tardi il cuore impietrito il volto senza pudore, il sangue tramutato in veleno: — ora il suo pensiero viene assorto dall'ansia di tenere nelle sue mani Maria.
Povera donna! oh perchè egli non la lascia in pace? Finchè l'anima di lui si mantenne innocente, fu il suo amore tutto lieto, tutto bello, come il fiore tocco dall'alito fecondo di primavera, e le sue immagini di vita serena, con la sua donna al fianco sempre amata, sempre amante, e con una corona di figli, decoro dei tardi anni; — quando poi gli s'incupì l'intelletto, — allora l'arse una fiamma d'inferno, — la passione gli stette nel seno quasi aspide nel nido, — desiderò Maria con più intenso furore, ma non per renderla felice, sibbene per tormentarla; — scopo principale della sua vita era stato sempre Maria; una volta lo agitava l'amore, adesso l'odio, e questo più forte ancora di quello, perchè aveva aggiunto al proprio fuoco le sue fiamme. Hans Verner immaginò, come altra volta avvertiva, due anime che sempre si sieno amate di santo amore nel mondo comporre un angiolo nei cieli, due anime che per amore degenerato in odio sieno costrette a cercarsi per tormentarsi; io per me penso, debbano formare giù nell'inferno un demonio.
Giovanni procede a salti a guisa di belva che si slanci sopra la preda, — giunge alla via di Parione, — tocca la soglia della casa verso la quale s'indirizzavano i suoi passi, e non si accorge due festoni di cipresso pendere dal limitare. Deserte sono le scale; — dalla parte della cappella muove odore d'incenso e talvolta un bisbiglio di voci supplichevoli. Quivi affrettandosi, penetra nella cappella; adesso gli si presenta un molto singolare spettacolo. Sopra un letto parato di seta cremesina a frange d'oro col capo inclinato su candidissimo origliere giace una pargoletta nell'atto in che dipinse Rafaello il fanciullino Gesù il quale pare che nel sonno favelli le parole: ego dormio, sed cor meum vigilat. — Ella non dormiva però; — come i fiori che la circondavano in segno della sua purità erano stati recisi dallo stelo, così ella era caduta dalla vita; — una reliquia di bellezza le rimaneva sul volto, nel modo stesso che, sparito il sole dall'orizzonte, vi si ferma alcun poco a rallegrarlo la luce del crepuscolo. E intorno al letto composti in varie sembianze apparivano alcuni gruppi di fanciulli pallidi e silenziosi, sicchè tu gli avresti tolti per uno di quei cari bassirilievi di Lucca della Robbia dove con impenetrabile magisterio effigiò i cuori degli angioli.
Il Bandino soprastette alquanto maravigliato, poi si accostò spedito, movendo all'intorno insolito strepito a cagione della armatura di che andavano gravi le sue membra. Allora i fanciulli levarono la faccia e, gittando urli spaventosi, fuggirono dalla cappella, non altrimenti che si faccia uno stormo di colombi all'improvviso turbati nei campi dove lì trattiene desio di cibo e di bevanda. Il Bandino sempre più si avvicina, e pargli che la pargola defunta tenga nella sua mano destra, — e certo tiene, — una carta suggellata indiritta a messere Giovanni Bandino, gentiluomo fiorentino. — Tristo messaggiero era quello e apportatore sicuro di sinistre novelle; — esitava a prendere la carta, pure alla fine la tolse, e apertala in furia lesse:
«Giovanni!
«Non ho più nulla che mi trattenga sopra la terra. Mia madre è morta, — mia figlia, come vedi, morta; — Ludovico Martelli, a me, come fratello, carissimo, anch'egli morto; — tu poi... avventurato te, se fossi morto! — Io rammenterò quei diletti defunti con affanno e con amore, — te poi con vergogna. — Non cercarmi; — io ormai sono fuori della tua potestà; — tu fra te e me ponesti il delitto, — io posi Dio. — E quando pure in te fosse potenza di violare il sacro asilo dove ho preso ricovero, sappi che il campanile della chiesa è smisuratamente alto, ed io, anzichè venire viva in forza tua, mi precipiterei da quello per cadere cadavere informe ai tuoi piedi. — Addio! Io scaverò con le mie ginocchia i gradini dell'altare, — la mia preghiera starà, come la lampada, eterna davanti la immagine della Madre di Dio, affinchè ti tocchi il cuore, e prima di morire tu detesti il tuo fallo. A San Pietro fu rimessa la colpa di avere rinnegato il Salvatore, ma le lacrime della penitenza gli scavarono due solchi nelle guancie, — e il rinnegare è men reo del tradire. Grande fu il tuo misfatto, pure infinita si volge alla creatura la misericordia del Signore. Gli uomini non possono più assolverti, — Dio tuttavia il potrebbe. — Io ti compiango....»