Non lesse più oltre, e con i denti e con le mani stracciò il foglio, — tanta ira lo vinse; — poi, come lo consiglia il furore, sferra un calcio alla bara, — e fiori e ceri, origliere e cadaveri manda a rifascio sossopra.

E la cercò con l'astuzia del serpente, — ma non gli valse; — la donna aveva con raro accorgimento soppresso qualunque traccia; — in qual tomba sieno state riposte le sue ossa ignoriamo; — certo la religione avrà consolato gli ultimi anni di cotesta sconsolata, — non pertanto è facile a immaginarsi ch'ella abbia affrettato co' voti la pace del sepolcro.

Il Bandino inferocì nella sua perfidia, ebbe un brano di popolo a divorare, — anco a lui toccò una verga per percotere i suoi concittadini. Sempre con l'offesa alla mano, la ingiuria alla bocca, egli raccolse ampio tesoro di abborrimento e si tenne beato: dovunque mostrava la sua pallida faccia non ardiva apparire il sorriso, e le parole compagnevoli od erano tronche a mezzo, o le terminavano bisbigliando; — i suoi detti amari non risparmiavano gli amici meglio dei nemici, più volte ne fremè lo stesso duca Alessandro; e se non lo uccise, ciò non avvenne per dubbio di essere tenuto ingrato, sibbene perchè si sentiva come sopraffatto dal fascino di quell'uomo tutto veleno. Spento Alessandro, il Bandino, punto cangiato dagli anni, praticò gli stessi modi con Cosimo. Questi, al primo sarcasmo profferito in onta di lui e della duchessa Leonora sua moglie, fece bocca da ridere, e nel cuore segnò la sua morte; e non tanto pel motto acerbo, quanto per tórsi dattorno tutti coloro ai quali pareva dovere andare debitore del suo innalzamento, attese un pretesto che togliesse a un punto la reputazione al Bandino, e a sè con la vendetta procacciasse fama di pio; — cupissimo ipocrita fu in tutte cose costui; — ad un tratto lo accusò di tale delitto del quale i modesti non assumono difesa per reverenza al pudore. Prima di farlo infelice, lo rese infame; — quando il principe accusa, i testimoni non mancano, e caso mai essi manchino, i giudici per condannare si trovano sempre, — nè forse il Bandino era del fallo imputatogli del tutto innocente, a simile turpitudine condotto dal disprezzo di questa nostra umana natura. Preso e condannato a perpetuo confino nella fortezza di Volterra, donde dopo molti anni venne trasferito nella fortezza di San Giovanni Battista, quivi morì nel 13 agosto 1568. Di qual morte finisse è ignoto; questo solo sappiamo con sicurezza, che quelle mura furono segrete, profonde e terribili come il petto di Cosimo I, che i Medici con le proprie mani dettero opera a fabbricare veleni, — che Cosimo fu ammiratore ed amico di Filippo II austriaco re di Spagna, chiamato meritamente il demonio del mezzogiorno, e finalmente che ambedue questi principi, non che fossero inesorabili ai nemici, i propri figliuoli di ferro o di veleno spegnevano!


Ora udite la fine di Bono Boni dottore di legge.

E perchè rammenterò io la morte di così ignobile uomo con larghezza maggiore di quella che adoperava fin qui ricordando l'ultimo fato di tanti personaggi più virtuosi o più magnanimamente scellerati di lui? Perchè io conosco, anche ai dì nostri, uomini simili affatto al nostro Bono Boni: e forse il fine miserevole dell'antico Bono potrebbe ispirare salutevole spavento ai Boni moderni, — e dico spavento, avvegnachè, se mai avviene anima alcuna di costoro andare in luogo di salute, ella vi perviene di certo per paura dell'inferno, non mica per amore del paradiso.

Messer Bono ebbe donna, e la tolse non già aspettandone domestica dolcezza o per posare le agitazioni della vita nella quiete degli affetti matrimoniali, o per forme venuste, o per care doti dell'animo; tutte queste ell'erano baie per lui. Egli badò se avesse parenti e quanti; — se avanzati negli anni assai; — se di retaggio provveduti e di eredi; — e quando la mente, fatti i calcoli coll'abbaco del suo cuore, trovò il conto tornargli, — allora chiese santificare, diceva egli, il vincolo col sacramento. Nelle nozze egli ebbe in mente soltanto la eredità; — le nozze egli considerò quasi prolegomeni del testamento; e pensando poi che se la moglie veniva a morte senza figli, non pure non avrebbe eredate dal socero, dai cognati e dall'altra caterva dei parenti suoi, ma gli sarebbe toccato restituire per legge di statuto metà della dote... la prima volta diventò padre per calcolo, — la seconda per briachezza — e la terza per distrazione. Dicono l'annunzio della nascita di un nuovo figliuolo ricevesse col volto col quale intese dal suo castaldo avergli il fulmine incendiato il pagliaio. Spesso fece piangere la moglie derelitta rampognandole oscenamente la fecondità del suo alvo; imperciocchè sebbene la povera donna sentisse dello scemo nel capo, nondimeno, come ogni giorno vediamo, la natura non aveva percosso di stupidità le sue viscere materne. Quegl'infelici germogli, aduggiati dalla influenza dell'odio paterno, pesti da continue percosse, sbigottiti dai rimprocci, dal vivere sottile estenuati, svennero intisichiti quasi prima di nascere. Il padre a quale andava per dolersi seco delle morti frequenti di casa sua rispondeva con serafica petrificazione: «Miseri noi, non essi, a cui prima di contaminarsi di colpa fu dato salire al paradiso, dove svolazzano cherubini bellissimi di luce.» — La madre piangeva.

Un solo, il primogenito, sopravvisse indomato alle battiture e ad ogni genere di tormento domestico. Il padre quando vide che ad ogni costo voleva vivere, intese a cavarne profitto. La educazione a cui lo crebbe fu lo sviluppo continuo di questo assioma, che piantò nell'anima del fanciullo come principio di tutta sapienza: — Il danaro è il sangue dell'uomo. — Onde, nel cervello selvatico di cotesto sciagurato, danaro e sangue diventarono due cose per cagione di vita connesse e producentisi a vicenda, l'oro era il sangue, il sangue l'oro. — Il padre poi si compiaceva compiere la educazione del figliuolo a un punto e quella del suo mastino, — pane, — acqua, — bastone —; e catena; — pensò sarebbero stati ambidue buona guardia, — amendue avrebbero morso e latrato se mai il ladro s'introduceva furtivo, notte tempo, in sua casa, — e il figliuolo meglio del cane, perchè ci aveva maggiore interesse. Dopo la sua morte non avrebbe egli eredato il suo sangue, — il suo danaro?

Dopo la sua morte! — E chi lo ha detto? — Non poteva forse il suo figliuolo morire prima di lui? — Certo poteva, ma non perciò sariensi i suoi giorni prodotti più lunghi. Oh avesse potuto rubare al figliuolo i suoi giovani anni e aggiungerli ai suoi! Egli sapeva che fisici valorosissimi avevano trovato la via di prolungare la vita infondendo nelle vene dell'uomo decrepito il sangue del fanciullo[374], ma da sè non poteva eseguire la operazione, e il segreto gli sarebbe costato troppo oro... Basta, per ora si sentiva forte e rigoglioso; — quando gli fosse venuto meno il vigore, vi avrebbe pensato.

Talvolta spezzò la catena..., non il mastino, — il figliuolo di messer Bono Boni, — ed irruppe nel fango della vita, — il vino — e il bordello. Se il suo imbestialito intelletto non pregiava più gentili piaceri, poteva forse incolparsi? — Tornato a casa, una procella di colpi gli rompeva le ossa, — ed egli quantunque si sentisse i denti capaci di lacerare suo padre, non ardiva avventarsi a cagione dell'antico terrore; solo brontolava cupo e digrignava le mascelle orribilmente.