[157]. Fu insigne la malafede dei Veneziani in danno dei Fiorentini, e documento grande nelle presenti condizioni d'Italia: astio o viltà che gli movesse, pensarono i Veneziani far parte da sè stessi, e gli altri e loro finalmente precipitarono. La corrispondenza dell'oratore Cappello in più luoghi chiarisce com'egli si sbracciasse a tutto uomo a tenere fermi i Fiorentini nella lega co' Veneziani, mentre questi della costanza degli alleati valevansi per ottenere patti migliori da Carlo V: e siccome il Cappello assai diritto uomo era, lasciavanlo senza istruzioni per potere poi disapprovarne l'operato secondo capitava. Arti inique e antiche nè tali che vogliano smettere gli uomini di stato; almeno per ora. Più tardi i Veneziani scusaronsi incolpando Firenze di avere la prima mandato ambasciatori a Cesare, ma e' fu pretesto, conciossiachè l'ambasceria non aveva concluso nulla, e i Veneziani lo seppero, e ciò nonostante quasi ogni giorno gli andavano confortando con la promessa di soccorsi grossi e spediti; volersi mettere a repentaglio di ogni fortuna per sostenere in Firenze la libertà della Italia: insomma i Veneziani tradirono quanto Francia o Ferrara. Queste cose sappiano gl'Italiani, le sappiano, le deplorino ed imparino a camminare diritto nei nuovi casi che loro allestisce la provvidenza: non adoperandoci giudizio, il meno che può andarne è di trovarci per un altro mezzo secolo in balia degli stranieri e dei preti.

[158]. Altra piaga d'Italia (e, ahimè! se ne annoverano più di cinque) allora come ora questi piccoli principi; ed in oggi peggio, perchè stranieri; gli stati o i popoli in mano a loro, poderi e armenti da sfruttare. Grave sempre la tirannide, ma meno incomportabile la paesana: in questa il principe sta attaccato al paese come alla terra che lo ha a nutrire e a tumulare; nell'altra il principe mette tutto in tasca, vive in piedi e col bastone in mano come una volta gli Ebrei il dì di Pasqua. La Italia dalla forza nemica, dal senno poco, dalla voglie scomposte, stette divisa col consiglio medesimo col quale si sminuzza il cuore davanti l'uccello di rapina onde se ne pasca; qual sia l'uccello di rapina nostro non importa dire, e per di più ha due becchi.

[159]. Nardi, lib. VIII.

[160]. Samuele, lib. VIII.

[161]. Math, cap. 7.

[162]. Id. cap. 23, 24.

[163]. Quella orazione in parte è tolta da quella che recitò Baccio Cavalcanti e in parte da un frammento di predica di fra' Girolamo Savonarola.

[164]. Ammirato, Famiglie fiorentine, dove cita l'autorità del Verini.

[165]. Dante, Purg., VI:

Quivi pregava con le mani sporte