[245]. Varchi, Stor., lib. X.

[246]. Varchi, Stor.

[247]. Il luogo del combattimento dicesi fosse sol poggio Baroncelli, oggi Imperiale. Vengo assicurato da persona la quale ha veduto alcune scritture della nobilissima famiglia del Caccia che il luogo del combattimento non fu veramente sul poggio Baroncelli, ma bensì alle radici dello stesso, cioè in un prato che è alla metà della strada che conduce al convento nominato la Pace. Scene di Vite e Ritratti, ecc.

[248]. Questa camicia si componeva con esecrabili superstizioni; credevano difendesse da ogni male. Vedi Bedino, Dæmonomania.

[249]. Varchi, Stor.

[250]. È pregio dell'opera riportare certo aneddoto riferito nella Vita di padre Gerolamo Savonarola scritta da fra Pacifico Burlamacchi lucchese al capitolo che incomincia: Come Lorenzo dei Medici ammalato volle confessarsi da lui. — Lorenzo trovandosi infermo a morte, domandò il confessore; ed avendo appresso don Guido degli Angioli e messer Mariano della Barba, suoi famigliari, disse: Non voglio alcuno di loro; mandate per il padre priore di San Marco, perchè io non ho ancora trovato religioso alcuno se non lui. — Andò dunque un messo a chiamarlo da parte di Lorenzo, al quale egli rispose: Dite a Lorenzo ch'io non sono il suo bisogno, perchè noi non saremo d'accordo; però non è espediente ch'io venga. — Ritornato il servo con questa ambasciata, disse di nuovo Lorenzo: Torna al padre priore e digli che al tutto venga, perchè io voglio essere d'accordo con lui e far tutto quello che sua riverenzia mi dirà. — Ritornato dunque il servitore a San Marco e fatta la proposta al padre priore, egli prese subito il cammino verso Careggio, villa di Lorenzo lontana due miglia dalla città, dov'egli giaceva ammalato, e per compagno suo prese fra Gregorio vecchio, al quale per la via rivelò che Lorenzo al tutto doveva morire di quella infermità nè poteva scampare. Giunto questo al luogo ed entrato nella camera di Lorenzo, salutatolo prima con le debite cerimonie, dopo alquanto di ragionamento disse Lorenzo: Padre, io mi vorrei confessare, ma tre peccati mi ritirano addietro e quasi mi pongono in disperazione. — Al quale egli disse: E quali sono questi tre peccati? — Rispose allora Lorenzo: I tre peccati sono questi, i quali non so se Dio me li perdonerà: il primo è il sacco di Volterra, che patì per le promesse ch'io feci, — dove molte fanciulle persero la verginità, ed infiniti altri mali vi furono commessi; — il secondo peccato è il Monte delle fanciulle delle quali molte ne sono capitate male standosi in casa per non avere riavuta la dote loro; — il terzo peccato è il caso dei Pazzi, dove molti innocenti furono morti. Alle quali cose rispose il frate: Lorenzo, non vi mettete tante disperazioni al cuore perchè Dio è misericordioso ed anco a voi farà misericordia, se vorrete osservare tre cose ch'io vi dirò. — Allora disse Lorenzo: E quali sono queste tre cose? — Rispose il padre: La prima è: che voi abbiate una grande e viva fede che Dio possa e voglia perdonarvi. — Al quale rispose Lorenzo: Questa ci è grande, e credo così, — Soggiunge il padre: Egli è necessario ancora che ogni cosa male acquistata sia da voi restituita, in quanto sia possibile, lasciando ai vostri figliuoli tante sostanze che sieno decenti a cittadini privati. — Alle quali parole stette Lorenzo alquanto sopra di sè e di poi disse: Ed ancora questo farò. — Seguì allora il padre la terza cosa dicendo: Ultimo è necessario che si restituisca Fiorenza in libertà e nello stato popolare a uso di repubblica. — Alle quali parole Lorenzo voltò le spalle nè mai gli dette altra risposta; onde il padre si partì e lasciollo senz'altra confessione. Nè dopo molto spazio di tempo Lorenzo spirò e passò all'altra vita.

[251]. Uno di questi, Giovambattista Niccolini, fiore di cuore e d'ingegno veracemente italiani, in ogni fortuna leale amico mio: gli altri cessarono essermi amici; se poi abbiano continuato ad amare la patria a me non istà giudicare: questo diranno i nostri figliuoli cessate che sieno le passioni le quali adesso contaminano gl'intelletti.

[252]. Ahimè! adesso ne anche questo rimane più. Cercina, la casa di Dante da Castiglione, e stata venduta all'incanto per espropriazione forzata a istanza dei creditori. Durano tuttavia in fiore le famiglie di quelli che tradirono la patria o non la sovvennero...

O sommo Giove

Che fosti in terra per noi crocifisso,