Ludovico, invece di porgere mano a Lupo onde sovvenire alla fanciulla, si rimase immemore a contemplarla. Ludovico toccava la età nella quale un'arcana malinconia si diffonde nel sangue: quanto una volta piaceva ora rincresce: — il ragno intreccia a festoni la sua tela intorno al tanto una volta diletto leuto; la spada anch'essa polverosa penderebbe dal chiodo, se amore di patria non gliela cingesse ai fianchi; il seno si gonfia a spessi sospiri: sovente tendeva l'orecchio, quasi aspettando una chiamata; si sentiva invogliato a piangere e non sapeva perchè; nella sua mente si avvolgevano forme indistinte e pur vaghe d'ineffabile bellezza, a guisa di volti di angioli specchiantisi sopra l'onda commossa di un lago; — ed ora quelle sembianze, contemplate a frammenti, par che gli stiano definite dinanzi; — la voce che aspettava gli si è fatta sentire, e l'eco della sua anima già vi ha risposto, la corda è vibrata, conosce il fine dei dubbiosi desiri.
Lupo, sdegnoso per la inerzia di Ludovico, così lo riprende:
«Vico, davvero io vi credeva più caritatevole verso il prossimo. — Datemi una mano perchè io non so quello che mi faccia: — fosse ella colubrina o smeriglio saprei il modo di aggiustarli io... una fanciulla così delicata... in questo stato... che cosa volete? non me ne intendo e intanto la poverina patisce... — Qua via, porgete il lume, vediamo mo' s'ella fosse rimasta ferita nel capo. — Tenete ferma la mano; — così non vedo nulla: — ma che diavolo avete nelle braccia che le vi tremano come se la quartana vi fosse venuta addosso?» — Così favellando Lupo spartiva dietro il capo il volume delle chiome alla donzella e, al moto delle dita aggiungendo il soffio, speculava se vi fosse lacero o contusione. — «Gran male io non ci veggo; ora abbisognerebbe un po' di aceto... cercate, Ludovico, se vi venisse fatto di trovare o penne di pollo o esca od anche carta, che gliela bruceremo sotto il naso e la faremo rinvenire: — io la scingerei, ma non mi attento; e' sono cose queste che non si aspettano a' maschi...»
Ludovico, come risensando, senza dar mente alle parole di Lupo, aveva già tratto un pannolino di tasca e, intintolo nell'acqua, dolcemente bagnava le tempie alla donzella. Nè stette guari che, in quella guisa che l'aere vermiglio all'orizzonte annunzia vicina la lampa del sole, il colore della giovanezza e della salute, diffondendosi sul volto alla fanciulla, presagì vicino il ritorno dell'anima agli usati offici. Alfine trasse un gran gemito, e lo splendore degli occhi si manifestò. Li volse esterrefatta d'intorno, e la prima parola che uscisse dalle sue labbra fu:
«O padre mio! Dov'è mio padre?» E chiuse gli occhi di nuovo. Di lì in breve riaprendoli, gli fissa nella faccia di Lupo, e prendendone terrore, a braccia aperte si ripara al seno di Vico esclamando: «Salvatemi, in nome di Maria santissima, da quel ceffo di fiera... difendetemi da quell'empio ladrone... uccidetelo, o uccidetemi...»
«Per la testa di San Giovambattista!» proruppe Lupo, «valeva il pregio davvero che io mi prendessi tanto impaccio di scioglierle la lingua a cotesta calandra! Che ci ho a fare io, se gli anni mi hanno mutato in bianco quello che un giorno ebbi nero, e il sole ha mutato in nero quello che dalla natura sortii bianco? Se le ferite mi hanno cincischiato il viso, ciò è avvenuto perchè, tranne una volta... una volta sola..., non voltai mai le spalle al nemico. Ed io vo' che sappiate, fanciulla mia, tornare a maggiore infamia pel soldato gli sfregi alle spalle che non si vedono che gli altri visibili sopra la faccia. — Nè sempre apparvi quale comparisco adesso; — e qualche occhio di donna pianse alle mie partenze, e qualche labbro sorrise ai miei ritorni. Ma ci corrono anni da questi a quei tempi! — Però non dubitava di avere ceffo da mettere paura, — da masnadiere, — da ladrone. Voi, fanciulla mia, avete scambiato il sorbo per noce. — Io sono Lupo bombardiere agli stipendi della Repubblica di Fiorenza... onesto e dabbene quanto può esserlo qualunque altro bombardiere in questo mondo e in quell'altro.»
Ludovico sosteneva quel caro peso; fremeva, godeva e taceva; un'arcana voluttà gl'investiva le membra. La donzella pur sempre a occhi chiusi, col capo dimesso; di repente si svelle dalle braccia di lui, palma percuote a palma, le mani si caccia tra i capelli, prorompe in dirottissimo pianto e, fuggendo verso la porta, empie l'aere notturno col grido:
«O padre mio! o padre mio!»
«Vico la seguitando veloce, la trattiene; e confortandola con dolci parole, le dice:
«Non temete; il padre vostro ritroveremo; vi ricondurremo alle vostre case... ai vostri parenti...»