Intorno alla Bibbia i papi apersero sempre giudizio poco parziale, per non dire nemico, e per ragioni in parte buone, e in parte no; nè mancarono, come sembra giusto, di quelli, che distinsero tra libro e libro, e dal vecchio il Testamento nuovo.

Un pontefice non sapeva capacitarsi, come un uomo dabbene si confidasse imparare qualche cosa di buono nelle prime storie della Genesi; a mo' di esempio nel peccato di Eva, e nella condanna a morte dell'universo genere umano, nel fratricidio di Caino, nella vita indecentissima del Patriarca Abramo, ed in quella troppo più biasimevole del Patriarca Lot, e via discorrendo; e veramente non giunsi mai a comprenderlo nè manco io.

Questa fu onestà, ma di simile erba ne cresce raro in Corte di Roma, dove il Vangelo recato in italiano si aborre, come quello, che, messo per falsariga sotto ai passi dei sacerdoti, ti mostra chiaro com'essi camminino a granchio. Quando poi, a cagione dei molti volgarizzamenti pubblicati dalle sette, ogni divieto fu visto riescire indarno, Roma mise mano a sua posta a volgarizzare la Bibbia a modo suo, e non potendo in quel modo avvantaggiarsi troppo, a infagottarla con glosse, e commenti per guisa, — che del no vi si fa ita. — Ciò, che dal Vangelo si vieta, dalla Chiesa permettasi, mentre per converso si concede da questa, quanto da quello si riprova. La Corte di Roma pretende chiarire il senso o la parola oscuri, e commette un errore e una insolenza; errore però che tutti capiscono aperto anche troppo; insolenza, conciossiachè appunti Cristo di non sapersi spiegare, il quale pure i concetti suoi predicava alle plebi, ai fanciulli, e alle donne; nè qui rimane la improntitudine di Roma, che più oltre arrisicandosi afferma che i fedeli tra la interpretazione sua e la lettera del Vangelo devano, sotto pena della eterna dannazione, attenersi a quello che s'insegna da lei, in ciò sovvenendola con la propria autorità, tra gli altri santi, santo Agostino, certo uomo d'ingegno, ma arruffato, e cervello balzano almeno da tre.

Il re Filippo, stizzito contro il Papa per l'oltraggio fatto al suo ambasciatore, pel diniego di favorire la lega promovendo segretamente Enrico di Navarra, che poi fu re di Francia, e per la inclinazione di Roma a comporre le faccende religiose nella Inghilterra, pigliò il pretesto della Bibbia per convocare il consiglio di Coscienza con la giunta di altri spettabili personaggi tenuti in conto di piissimi, perchè, consultato il negozio, risolvessero quanto doveva farsi. Il Consiglio, un po' per convinzione, e molto pel solito andazzo di piaggiare i potenti, rispose: potere Sua Maestà, anzi dovere in buona coscienza convocare un concilio generale di tutti i vescovi, e religiosi e graduati dei suoi regni; farlo prima intimare al Pontefice, e trovatolo pertinace a ributtarlo, lo citasse di comparire al Concilio, dal quale sarebbe stato deposto Sisto ed eletto un altro, dacchè costui incominciasse a sentire dell'eretico, mettendo a repentaglio la sposa di Cristo, la barca di San Pietro, e la veste inconsutile del Redentore, però che la Chiesa di Roma sia ad un punto una sposa, una veste e una barcaccia con altre più cose, che è proprio una diavoleria a dire ed a sentirsele dire.

A questo modo, in tempi miserabili troppo più di ora per errori, e per superstizione, i nostri vecchi politici pigliavano i preti con la rete di San Pietro, e li percotevano col calcio della croce; noi abbiamo disappreso l'arte, sicchè il prete si rannicchia dentro la religione, come il malfattore un dì nello asilo, donde questi il bargello, e l'altro cava l'intelletto umano. Quando i preti si tramutano in cani tu fa di ministrare loro bocconi dove invece di fungo di levante porrai precetti del santo Vangelo, e perchè tu ti conficchi bene dentro al cervello il mio insegnamento io te lo compendio così: a prete cane, polpetta di Cristo.

Il re Filippo avuta risoluzione del Consiglio, udito eziandio il parere del cardinale Toledo, che lo diede favorevole, mandò al conte Olivarez, perchè colto il destro di qualche pubblica solennità, consegnasse nelle mani di Sisto la intimazione di convocare un Concilio generale nella città di Siviglia per provvedere al servizio di Dio ed alla maggiore esaltazione della santa madre Chiesa cattolica.

Il destro non si fece aspettare, anzi venne anco troppo presto, perocchè al Papa saltò in testa di recarsi con solennissima cavalcata ad alloggiare per la prima volta nel suo nuovo palazzo di San Giovanni Laterano; ora Dio sa, se al conte Olivarez scottasse rifarsi dello smacco patito, ma dall'altro canto temeva gli accadesse come ai pifferi di montagna; sicchè: adagio a' ma' passi; — diceva tra sè; per la quale cosa cominciò a fare grandi radunate in palazzo, di Spagnuoli dimoranti, o di passaggio a Roma, a indettarsi con soldati smessi perchè gli facessero spalla, e al bisogno tratte le armi nascoste lo difendessero; questi, ed altri apparecchi però non si poterono compire senza che taluno ne pigliasse lingua, in particolare il Frascatino, come ognuno può credere; da ciò accadeva, che papa Sisto sapesse per filo e per segno tutto quanto l'Ambasciatore non pure apprestava, ma immaginava.

La seconda festa di Natale del 1588 il sole si era fatto aspettare un po' troppo nel cielo di Roma, ed anco, affacciatosi su l'orizzonte, alcune nuvole parevano ostinate ad accompagnarlo, ma egli, distrigatosi dalle importune, prese a salire nella gloria dei suoi raggi come in un bel giorno di estate; l'aria tepida, il cielo sereno, il tempo e il luogo secondavano mirabilmente la solennità, che stava per celebrarsi; accorreva al Vaticano a frotta la gente per pigliarci parte, o solo per vederla; servi vestiti di gala, prelati, vescovi, cardinali, chi in piviale, chi in paludamento, chi in mantelletta; ondeggiava una marea di mitre, di cappelli rossi, di cappelli verdi, e soprattutto di mule, di chince coperte di gualdrappe cremisine, infioccate con isfoggio, e nappe di seta ciondoloni; da un'ora sonavano trombe e tamburi; alla fine un colpo di cannone dal Castello S. Angiolo annunziò la partenza del Papa dal Vaticano.

Il conte Olivarez, avvertito che il Papa sarebbe passato dinanzi al suo palazzo, stava ad aspettarlo col corsaletto addosso, ricinto dintorno da Spagnuoli, e munito in modo da sostenere qualunque assalto: egli guardava quanto poteva stendersi la vista, ostentando baldanza, e tuttavolta dai moti incerti appariva perplesso; si conosceva ottimamente lui presentire il pericolo, ma avere ormai deliberato affrontarlo; di un tratto ecco accostarglisi Frascatino all'orecchio, e bisbigliargli non so che parole concitate, le quali ebbero virtù di far passare su la faccia dello spagnuolo quanti ha colori l'arco baleno; subito dopo si trasse indietro con molta fretta come se negozi gravi lo chiamassero altrove, e più non comparve fuori.

La cagione del caso non istette guari manifestarsi, però che, passati che furono gli ufficiali della Corte, le famiglie dei maggiorenti, gli ecclesiastici tutti, mentre dopo i cardinali attendevasi seguitasse il Papa, fu visto un drappello di sbirri col moschetto inarcato, e subito dopo dietro mastro Gigolo sommo carnefice di Roma (che meno di dodici non ne tenne mai papa Sisto solo in città), alle spalle del boia altri sbirri, e birri poi; in tutto trecento e più; all'ultimo il Papa con al fianco il Governatore di Roma. Le parole susurrate dal Frascatino nell'orecchio al conte Olivarez ci venne riferito poi che furono queste od altre cotali.