Per intendere il cartello, bisogna sapere, come Francesco Maria della Rovere duca di Urbino, desideroso di gratificarsi l'animo del Papa, avendo preso lingua che trenta banditi, ridottisi a vivere su le montagne di Urbino, avevano messo il Papa alla disperazione di poterli ormai quindi snidare, immaginasse uno strattagemma, per venirne a capo; il quale fu questo: caricò certo numero di muli con robe e vettovaglie, procurando prima le fossero industremente avvelenate, e poi li fece condurre in parte, dove i banditi gli avrebbero visti, e senza fallo svaligiati, di vero come presagì avvenne; essendosi i banditi di cotesti cibi nudriti, rimasero tutti morti con maravigliosa consolazione di Sisto, il quale pareva che, per l'allegrezza, non potesse capire dentro la pelle!
E se a taluno piacesse conoscere per qual modo ne avessero odore i banditi, ricordisi di quanto avvertimmo sul principio del capitolo; l'oste cortese aveva trovato modo di avvisarneli; certo, se gli avesse traditi, egli avrebbe ottimamente meritato della legge scritta, ma nel cuore dell'uomo fu impressa una legge che dice: — tu non tradirai; — nè distingue tra colpevole od innocente; però vuolsi notare come la medesima legge abbia ordinato eziandio: — tu non ti accompagnerai con quelli di cui i passi vanno fuori di strada.
E poi, ove l'oste fosse mancato, vigilava la figliuola, la quale dei banditi non mirando che la parte, diremo così, eroica, e non volendone considerare altra, a molti di loro portava affetto fraterno, per uno sentiva passione, la quale, non che altrui, non osava confessare a sè stessa; l'amore pari al sole co' raggi suoi abbella ogni cosa. La giovane, vestiti abiti maschili, col favore della notte si confuse insieme agli altri, e, prima che aggiornasse, trovò modo per via di tragetti a precorrere ed ammonire i suoi protetti.
Avendo preso a dettare questo racconto non ci sembra inopportuno di mettere taluna parola intorno al bargello Angelotto, sia per dare a conoscere i tempi suoi, sia perchè questo personaggio tiene parte assai importante nel dramma ch'esponiamo. Costui nacque di popolo, non però di plebe, e fu giovane aggraziato, non senza lettere; anch'egli bandito un tempo, e, se non famoso, almanco infame per molteplici misfatti, dove la rapina contrastava alla ferocia: caduto in mano della Corte, guai a lui se avesse imperato Sisto V! chè a questa ora saria stato libro, e chi sa da quanto tempo, letto; il caso per sua ventura successe sotto Gregorio XIII, però, essendosi adoperati scudi e di molti, e femmine, ed altro che non si dice, prima si spuntò a salvarlo dalla forca, e dopo alcuno spazio di tempo, sempre in grazia dei soliti santi, anco dalla galera, a patto ch'ei si mettesse sbirro; ed egli accettò, considerando ormai come la sua vita non potesse girare che sopra questi due arpioni: o stare in galera, o mandarci. Il primo delitto, e le cause del misfare questi: il poco sapere lo rese presuntuoso; e reputandosi pertanto superiore ai compagni, male si recò a tedio il mestiere paterno; anch'egli vide cocchi, cavalli, e ricchi armeggiamenti, e sontuose cavalcate turbinarglisi intorno agli occhi come cerchi di fiamma infernale, dagli usci appena schiusi tuffò lo sguardo nelle sale dorate dove gli balenò lo spettacolo di festini, di balli, di donne stupendamente formose, e di voluttà non sapeva se divine, ma senz'altro sovrumane, e ad ogni modo da lui non gustate mai; e dal gaudio di tante delizie egli bandito come Caino dal paradiso terrestre. Le cento e forse le mille volte, guardandosi entrambe le mani, aveva detto: con queste dieci dita io disfarò i dieci comandamenti della legge di Dio; tuttavolta il suo primo delitto non mosse da ferocia, da vendetta, e nè manco da cupidità; lo generò il benefizio; essendosi ridotto in certa casa dove si giocava allo sbaraglino, prese parte al gioco, e ci provò la fortuna contraria; certo giovane amico suo, a cui pareva avesse messo il maggior bene del mondo, notando come gli fosse venuto meno il danaro, per tentare di ricattarsi, gliene profferse, ed ei lo rifiutò borbottando; si trasse da parte col cuore grosso di odio, e poichè il giovane amico, favorito dalla sorte guadagnava colpo su colpo, il diavolo finì per cacciargli le mani dentro a' capelli; usciva fuori di sè; lo attese al varco, e lo uccise.
La giustizia, per quante ricerche instituisse, ed a quei tempi ne faceva poche, non venne a capo di scoprire il colpevole, però che avendo trovato addosso all'ucciso le anella e i danari, stimarono il caso accaduto per gelosia di donne, o per altra nimicizia; onde il sospetto non poteva mai cadere sopra Angelotto riputato intimissimo suo, il quale, quando cotesta febbre dell'anima gli fu un poco queta, si sentì sconvolto; e nelle notti vigili, si vide comparire dinanzi lo spettro di lui a maledirlo pel fiore dei suoi anni reciso a tradimento; ed egli piangeva, e buttatosi a terra del letto s'inginocchiava sul pavimento, e camminando su i nudi mattoni traeva dietro allo spettro domandando perdono. Stupendo a dirsi! E' si trovò come strascinato a nuovi delitti per attutire il rimorso di cotesto primo, cocente troppo ed insopportabile; poi anco l'anima fa il callo; nè giovò poco a consolarlo la fede, ch'egli professava fermissima, che Dio, mediante certi suoi angioli ed arcangioli, tenesse i libri a partita doppia di ogni vivente, dove da un lato registravano il loro dare, e dall'altro il loro avere, onde sperò saldare il conto per via di messe, offizi da morto, ed altri preci siffatte; la quale fede gli crebbe due cotanti quando di bandito si trasformò in bargello: anzi, per parlare giusto, bisogna dire, che s'egli si propose di menare strage, e la menò, dei comandamenti della legge di Dio, ebbe poi sempre riverenza ai precetti della Chiesa, nè ardì contraffarli; si confessava una volta l'anno almeno, di elemosine si mostrava prodigo come un ladro; non ci fu caso che mangiasse mai carne il venerdì, nè il sabato; su la persona portò sempre medaglie benedette, ed agnus dei, e queste a Roma in cotesti tempi, ed anco ai nostri, si riputavano virtù capaci a lavare bene altre colpe, che non erano quelle commesse dall'Angelotto.
Egli si era fatto portare un boccale di vino, così per non parere, più che per altro, dacchè se ne stesse intatto dinanzi a lui, ed egli solo dentro una stanza con la manca si reggeva la testa mentre con lo indice della destra andava segnando linee sopra la tavola; carattere diabolico quello, però che ogni linea significasse morte procurata con le infinite guise fin lì scoperte dall'uomo, che non erano poche, quantunque poi le sieno cresciute fuori di misura, e gli premeva affrettarsi perchè adesso davvero gli toccava dire: morte tua vita mia; e stante il colpo fallito, e le sopraggiunte angustie affrettava co' voti l'arrivo dei bargelli compagni, quanto poco prima gli aveva desiderati lontani.
Però il Riccio e l'Arrichino non si fecero troppo aspettare, che regnando Sisto, camminavano tutti più che di passo; e la parola impossibile egli aveva cancellata dal suo dizionario: in due recavano rinforzi di altri trecento miliziotti e sbirri: riunite le squadre sommavano a seicento: proprio per quei tempi uno esercito.
Tosto si chiusero nella stanza per fermare tra loro il modo della impresa; nè sembra che leggermente e presto si mettessero d'accordo, perchè dibattendo ora questa, ora quell'altra cosa, si condussero a buio: avendo chiesto lumi e vino, l'oste colse la occasione a volo per vedere se spillava covelle, e da prima lo sperò essendogliene porto il bandolo da Arrichino, il quale gli chiese:
— Che tempo fa compare?
— Il sole è ito sotto, che pareva il capo di san Giovambattista quando fu presentato a Erode dentro un catino di sangue....