Arrichino ch'era guercio, e bolognese, e per arroto sbirro, gli cacciò addosso gli occhi stralunati, e subito dopo pigliatolo pel braccio lo spinse fuori della stanza dicendo:

— Tu l'avresti a saper lunga il mio uomo. —

Subito dopo si fece alla finestra per ordinare agli sbirri raccolti intorno alla osteria:

— Non esca persona; a cui trasgredisce, addosso — di poi speculò il tempo diligentemente, e tornato dentro soggiunse; — stanotte avremo tempesta, forse fra tre ore; quattro non istarà; direi non dessimo tempo al tempo.

— Sta bene, rispose Angelotto.

— Anch'io ci sto, dal canto suo soggiunse il Riccio.

Allora Angelotto, ch'era a capo di tutti, scese, e salì sul muricciolo allato alla osteria; non visto, e non vedendo gli altri lanciò nel buio queste parole:

— O gente dabbene, il tempo stringe; tre degli otto giorni assegnati da papa Sisto se ne sono iti; se non gli portiamo, prima ch'ei spirino, una dozzina di teste di banditi, e' le farà mozzare a una dozzina di noi altri; oltre la dozzina, per ogni capo di bandito ha promesso la mancia, e papa Sisto è uomo di parola: però il migliore avanzo voi avete a contare di farlo su quello dei banditi: alla più trista badate che non vi accada come ai pifferi di montagna.

Questa concione non sarà raccolta da verun maestro di rettorica; persona oserà proporla di esempio ai giovancelli di liete speranze, e tuttavia ricercò tutto le passioni alte e basse del cuore degli sbirri: così una mano anco inesperta, strisciando sul gravicembalo, ha virtù di cavare suono da tutti i tasti.

Dalla parrocchia vicina si udivano i rintocchi della squilla che annunzia la prima ora della notte; l'ora dei morti; pareva che ella singhiozzasse, ed in mezzo ai singulti lanciasse pei cieli la domanda cotidiana: perchè fu aggiunto un altro giorno al cumulo dei giorni di dolore e di miseria? perchè l'alba qui si affaccia sempre ridente come la donna straniera di Salomone, che tende insidie al giovane inesperto? Qui si avvicenda la eterna promessa con la eterna menzogna. Quando la squilla ebbe lamentato un pezzo, tacque sfinita, e le sue ultime vibrazioni si spensero nell'aere come il dì del quale annunziava la fine; cascò goccia senza peso, spazio senza misura nello infinito della eternità. E le stelle, che poche e a malincuore comparvero sul firmamento, simili a schiave tratte alla catena, già dileguaronsi nel buio, chè oblio e buio fanno ciò che può dirsi la libertà dello schiavo. La traccia unica rimasta di loro sopra la terra sono le rugiade, lagrime che chiamano lagrime; e sia così, dacchè se le stelle, queste splendide figlie del cielo, non si pigliassero cura di piangere sopra i nostri morti, chi bagnerebbe amoroso la terra sotto la quale riposano le ossa di Francesco Ferruccio? Santa Croce possiede tombe per diverse e molteplici manifestazioni dello ingegno antico, ne avrà qualcheduna forse dello ingegno moderno, ma fin qui è vedova del sepolcro di Francesco Ferruccio. Forse non si reputa per anco dagl'Italiani, risorti con licenza dei superiori, e il visto dei Riformatori dello studio di Padova, il sangue versato per la Patria gloria d'Italia? O forse sangue di popolo non merita onore di memoria? Resta dunque, o Ferruccio, sotto le grondaie della Chiesa di Cavinana, e nel cuore del popolo; certo monumenti non superbi questi; non costruiti dalla moneta accompagnata da una lacrima, e sincera; perchè pianta da cui per paura ebbe ad assottigliarsi il pane a fare splendido il lutto degli uomini dichiarati grandi per partito municipale vinto a fave bianche e a fave nere...