— Orsù Ciriaco, poco avanza della notte, e ci bisogna mettere le gambe in capo se vogliamo salvarci; piglia l'accetta e cammina in su, fin dove il fesso del monte si allarga meno, giusto al punto del salto della capra; là squadra un pino dei più alti, la grossezza non preme, e comincia tagliarlo al piede; io mi sbrigo di una mia faccenda e ti vengo dietro.
Ciriaco, senza profferire parola, s'incamminò al luogo disegnato. Ora diremo perchè Paolo rimanesse; egli, come sovente accade tra i ladri, si era finto generoso co' compagni per rubare meglio, e vergognando, dopo aver sostenuto la parte di eroe, in faccia a Ciriaco svelarsi di subito farabutto plebeo, senza avvertire quello che dicesse gli uscì prima di bocca il tratto pietoso, il quale esercitò tanta virtù sul cuore di Ciriaco, ed ora aborriva fargli conoscere la causa vera del suo ritorno. Egli prese in fretta a scavare in un angolo, ed in breve scoperse un forzierino, che aprì, e trattene fuori quante gioie vi stavano chiuse se le rovesciò nelle tasche; d'altro non s'impadroniva, o gli mancasse il tempo a frugare, o non fossero cose da trasportarsi con agevolezza e sicuro. — Compito ciò, raggiunse Ciriaco, che tirava giù colpi da disperato; sovvenendolo Paolo, di corto atterrarono il pino, e con poche accettate l' ebbero spoglio dei rami, allora strascinaronlo sul ciglione, dove dopo averlo con molta fatica drizzato, di una spinta abbatteronlo sopra la sponda opposta; l'albero, percosso il sasso, ne levò le scheggie, e saltellò parecchie volte; quando stette fermo lo rincalzarono con terra, e pietre, offerendo a questo modo il passo sopra l'abisso. Veramente il ponte era fatto, ma veruno, a meno che non facesse professione di funambulo, si sarebbe arrisicato traversarlo di giorno; figuratevi un po' se di notte; ma i nostri personaggi erano usi a sciogliere bene altri nodi; per la quale cosa Ciriaco, piegatosi col petto sotto alle costole sul trave, allargò il braccio destro abbrancandosi forte con la mano diritta, poi con la manca spinse di scancìo, e adagio adagio il suo corpo scorreva traverso il pino, che non fu piccola fatica.
Paolo, sotto colore di agguantare fermo il trave, nel mentre che con ambedue le mani lo teneva, e Ciriaco stava ciondoloni sul precipizio, andava almanaccando tra sè:
— Lo butto giù, o non lo butto? — Se lo butto non reco meco traccia del passato; cessa ogni sospetto di testimonianza, chè non ritornano i morti.... Se non lo butto, posso contare di aver quattro braccia invece di due, e tutto da sè non si può compire...., e poi a disfarmene sono sempre a tempo..... A tempo!.... Sempre speriamo così, e non succede mai: costui sembra che patisca di tenerume, e caso mai s'intoppi in qualche sgualdrina, che gli tiri su le calze, è capace a svertare peggio di un vaglio; ora se le forche di Roma non mi vanno a sangue, molto meno mi gustano le napolitane..... dunque mi torna conto a disfarmene. — E già stava per dare di un urto nell'arbore; senonchè di repente ritirata la destra si diede di un picchio nella fronte. — Cristo! esclamò, per poco ch'io non la faceva marchiana....... e, se butto giù il trave, come passerò io. — Ciriaco è una coppa d'oro; l'amico della mia puerizia: — poi a voce alta: — bada a non avacciarti, Ciriaco.... fa per bene....
— Signor Paolo.... mi trovo quasi in cima... ecco... io sono passato. —
— Sia ringraziato Dio! Adesso tieni fermo il trave per me..... guarda di reggere forte, sai...
Passarono entrambi, e di leggieri si ridussero in salvo; il Diavolo, che aveva dipanato per essi un grosso gomitolo, calumò loro quanto spago potevano desiderare. Anco i compagni trassero diciotto con tre assi seguitando a puntino gli ammaestramenti di Paolo: accolti a braccia quadre nei monasteri, taluno si rimase in cucina, ed altri salì in pulpito, e celebrò messa, ed ebbe fama di dottrina non meno che di pietà; però sì gli uni che gli altri affaticarono dentro quei muri la pazienza di Dio due cotanti più, che nelle foreste, imperciocchè non solo vi portassero tutti i sette peccati mortali, ma, vivendo co' monaci, impararono l'ottavo, che è l'ipocrisia, la quale insegna a vestire da virtù il peccato, che fuori spaventa per la sua bruttezza, o si patisce perchè composto di eleganza, mentre solo in Chiesa sanno convertirlo in santo, metterlo sotto il baldacchino, accendergli i moccoli ai piedi, ed esporlo all'adorazione dei fedeli.
CAPITOLO QUARTO.
La donna superba.
Sul principio dell'anno 1589 comparve a Napoli un cavaliere romano giovane, a maraviglia bello, sfarzoso di vesti, di famiglia e di cavalli; chi avesse avuto usanza con Paolo Pelliccioni avria giurato, che fosse desso, senonchè i capelli e i baffi di questo nerissimi, un certo fare alla grande, il suono della voce un po' diverso dal comune potevano metterlo in dubbio; di vero, si diceva, ch'egli venisse dai lontani paesi delle Indie, ma non si sapeva con sicurezza se orientali od occidentali; aggiungevano pel suo grande valore essere salito in grazia di un Kan, o Mammalucco, o Pretegianni, che fosse, il quale prepostolo a, non so nè manco io, quante centinaia di migliaia di cavalieri, aveva riportato strepitose vittorie sopra i signori emuli, esteso il dominio su milioni e milioni di popoli, e messo nel museo reale trentadue sacca di teste di principi ribelli; dopo sì stupendi gesti il Kan o Mammalucco di che si è detto, mancando di prole maschile, avergli profferto in moglie la sua unica figliuola, la quale si era per modo intabaccata del cavaliere, che per poco, vinta d'amore, non si buttava sommersa in mare con un sasso al collo, cercando refrigerio all'arsura onde avvampava; e non dispiaceva nè anco a lui, perchè veramente sembrava un occhio di sole; ma, siccome mettevano per condizione ch'ei si avesse a far turco e circoncidersi, egli, da vero indalgo cristiano, essendo disposto anzi a ricevere il martirio, che a rinnegare la fede, notte tempo spulezzò con solo un cavallo, dei tanti suoi tesori solo portando seco parte delle gemme, le quali pure si pregiavano un tesoro capace di comprare qualunque grossissimo reame della Cristianità.