— Santa Prudenziana non avrebbe potuto favellare parole nè più pie, nè più gravi di quello che abbia fatto Vostra Signoria; e, comecchè la condanna dalla vostra bocca mi tornerebbe gradita quanto l'assoluzione o poco meno, pure io imploro dalla vostra giustizia licenza per difendermi; e se la giustizia si trovasse corta, aggiuntatevi un po' della vostra cortesia, la quale vado convinto arriverà a qualunque sterminata lunghezza.
— Parlate, cavaliere, noi ve lo concediamo.
— Signora: si legge nel decalogo: tu non rammenterai il nome di Dio invano; e va bene, ma chi potrà dire, che io lo ricordi indarno quando lo chiamo in testimonio della vostra bellezza? Voi, signora, vi appellaste alla mia coscienza; permettete, che a mia volta io mi richiami alla vostra. Quanto alla glorificazione della donna, signora, valga il vero, il nostro Signore quale scopo si propose egli nella creazione della femmina? Non ho mestiero d'inventarlo io, dacchè egli volle palesarcelo: egli ebbe in mente di compire l'uomo, insomma di farlo perfetto; nè poteva Dio presentarlo di dono più sublime, dacchè corre fama credibile, che dapprima voleva donargli una stella, ma ci pensò meglio e gli largì la donna. Chi mai, chi mai, domando perdono se mi scaldo, potrà appuntarmi di glorificare la donna, quando il Re dell'universo la elesse figlia, e madre sopra la terra e pari alla sua gloria nei cieli? Rispetto a piaggeria, io respingo risoluto l'accusa da me, e allego a prova della mia innocenza testimoni superiori ad ogni eccezione, quali sono i vostri specchi, tutti i laghi dei vostri giardini, ogni cosa lucida dentro la quale vostra Signoria voglia far grazia di effigiare la propria immagine; che se non vi piace accettarli come testimoni, orsù, condannateli per miei complici, e sono contento. Ah! signora, se non temessi avventurarmi troppo, io direi come la soverchia modestia talora sia superbia. In un punto dubiterei se dovessi chiamarmi in colpa, ed è lo avere messo la Vostra Signoria in confronto con le monsulmane, e le saracine; ma dopochè i reverendi padri Gesuiti si conducono in coteste regioni per pescare quelle anime alla fede cattolica, così io anco qui mi penso giustificato; ad ogni modo in questa parte mi rimetto nel vostro savio intendimento.
— Cavaliere, mi accorgo tardi, che troppa è la vostra sapienza, ond'io possa senza taccia d'incauta continuare la disputa con voi; concedete, finchè ne ho tempo, ch'io mi ripari alla riva; e tuttavia, confessandomi vinta, io vi dichiaro, che non mi sento persuasa nè anco a mezzo.
— Avrei guadagnato un altro quarto; affrettatevi a pentirvi, perchè, voi lo sapete, la incredulità è il peccato che offende massimamente Dio. E adesso, potrò senza tremore offerire un mazzetto di gelsomini alla mia signora? Si presentano gigli, e viole alla Madonna santissima dei sette dolori, e non gli sdegna, per quanto io sappia, se offerti divotamente: ora io mi dichiaro indegno sì, ma insuperabile divoto alla bellezza divina della signoria vostra illustrissima...
— Ma Cavaliere... Cavaliere, sono queste parole che possano intendersi da me senza offesa della nostra santa religione...?
— Por las cuentas[11] de mi rosario, santo Ignazio di Loiola non si bandì cavaliere di Nostra Signora, madre di Dio? Forse si legge, che la Madonna se ne arrecasse? Ovvero gli dicesse: — cavaliere, statevi a vostra posta a casa, che la nostra purità non ha mestiere di essere provata con cappa e con spada?
— Certo non ho letto in verun libro che questo gli dicesse la Madonna, ma santo Ignazio non ardeva per la beatissima Vergine madre di Dio del medesimo amore, che voi, signor Principe... ditemi, in grazia, siete principe... o duca?
— Duca, però che se la mia casa annovera parecchi cardinali di santa Chiesa, non fu sortita fin qui all'altissimo onore di dare un Papa alla cattedra di San Pietro....
— Mentre voi, signor Duca... ardete... credo... m'immagino... di amore legittimo certamente, ma profano.