— Mia signora figliuola, est modus in rebus, voi mi parete un zinzino abbrivata.

— Guai ai tepidi, che trovano troppo l'ossequio per l'autorità! Esclamava il regio cappellano Cespedes levando il dito, e poi ripigliava: giovami fare avvertire in questo punto, che i capi delle vittime, bovi fossero o vitelle, leccando il sangue sopra la bipenne sacerdotale attestassero piuttosto devozione al sacerdozio, che alla monarchia, però concedo, che subito dopo Dio viene il re.

— Ma la chiave della volta, prosegue la Violante, sta nel conservare illibata la chiarezza del sangue; dalla quale cosa come retta sequela ne deriva quest'altra, che dove restasse bene dimostrato, che Giulio Cesare contaminasse i natali di Marco Bruto in grazia dello illecito commercio con la madre di lui, bene e dirittamente questi avrebbe vendicato l'oltraggio fatto al sangue trafiggendogli il cuore....

Est modus in rebus, signora figliuola, interruppe spaventato il marchese di Ayerba.

Sano modo; sano modo; non potè astenersi di replicare a precipizio il cappellano regio Don Giovanni Cespedes.

— No, illustrissimo signor padre, no, reverendo Don Giovanni, l'altra invasata continuava, non bisogna pigliare il male per medicina; fuoco e ferro ci vogliono contro le ree passioni, e i turpi fatti del secolo, ed anco non bastano; se san Domenico, se fra Gaspero Juglar, e il canonico Pedro Arbues di Epila non erano, a quest'ora i nobili reami di Castiglia e di Arragona rimarrebbero deturpati da giudei, da saraceni e da marrani.

— Per me, anco a costo di offendere la modestia della nobilissima signora Violante, saltò su a dire il vecchio principe della Riccia, il quale mirava gratificarsi la ricca erede per farla sposa del suo primogenito conte di Montoro, dichiaro espresso, che, quando ella parla, mi sembra proprio di leggere un capitolo dell'Apocalisse.

Il Cespedes, cui parve soverchia la dose, si affrettò di riprendere: — lasciamo l'ispirato evangelista di Patmo, ma egli è certo, che le sentenze della signora Violante valgono tanto oro di coppella. —

Udito ciò, immaginate voi, se la prosunzione della donna ruppe gli argini, onde proseguiva a sfringuellare.

— Dopo il re hassi a reverire la nobiltà, e procurare di conservarla diligentemente inalterata; queste le colonne su le quali tutto l'UMANO consorzio si appoggia; le macchie fatte alla nobiltà sono di quelle che tutte le acque dell'oceano non lavano. Per mio avviso, come il corpo del poeta fiorentino Dante Alighieri fu condannato al fuoco, meriterebbe essere arso il suo libro se non lo salvasse la estimazione nella quale teneva la nobiltà, e lo abbominio lodevolissimo di vederla alterata; di fatto egli da pari suo ammonisce così: