— Tuttavolta, insisteva il perfidioso Crivella, rimarrebbe fermo che qualcheduno dei suoi maggiori fosse artigiano.

— Qualcheduno di sicuro, osservò il marchese Valente: Messere Domineddio dichiarò espresso a nostro padre Adamo: tu lavorerai e ad Eva nostra madre....

— Certo le sacre carte non possono mentire, interruppe Violante, e nondimanco, se io avessi a giudicarne, opinerei, che la condanna del Signore contro Adamo rassomigliasse a quella, che il re talora pronunzia contro un gentiluomo, la quale non si conduce mica all'atto, bensì pago della mortificazione o gliela muta in altra non obbrobriosa, o gli fa grazia intera. Forse anco, chi sa? può avergli concesso dopo un po' di tempo di condurre a opera gli angioli. —

Le strampalate e le sublimi cose questo possiedono comune fra loro, che entrambe percotendo altamente il pensiero, ne sospendono per un attimo la facoltà per irrompere poi a irridere senza fine le prime, e levare a cielo le seconde; così appunto avvenne alla donna nostra, la quale, fingendosi che l'ammirazione avesse costretto al silenzio la lode, quinci si ritrasse radiante come sazia di palme, e passando dinanzi a Paolo che se ne stava torbido in disparte, gli vibrò uno sguardo da abbarbagliarlo, senonchè egli si stette sempre aggrondato, ed ella così di sbieco lo interrogò:

— Perchè sì mesto il signor Duca stasera?

Paolo, scotendo il capo come chi volesse gittare lontano un pensiero molesto, rispose:

— Mia signora, se avete comandi a darmi io parto domani per Roma....

Se ci fosse il prisma per iscomporre gli affetti compresi nelle parole come ce ne ha uno per distinguere i colori nella luce, non sette, ma settanta ci sarebbe occorso di notare passioni in ciò che proruppe fuori dalle labbra della Violante; dava la pinta il sospetto, avvampava l'ira, l'amore alternavasi, e la gelosia, con supremo sforzo contendeva la superbia, ma la piena ruppe, ed ella non potè trattenersi da dire:

— Sarebbe fellonia di cavaliere villano, nè voi la commetterete; tra un'ora vi attendo. —

Paolo di corto prese commiato, e quantunque omai vivesse privo di speranza di arrivare al fine dei suoi disegni sopra la Violante, tuttavia avendo di lunga mano ammanito ogni suo arnese, in breve l'ebbe rimesso in punto. Non prevenne l'ora per non parere premuroso, nè si fece attendere per non mostrare dispregio; arrivò preciso, e tocche appena le corde della chitarra, la imposta della finestra prese a stridere su i cardini. La luna nella sua pienezza schiariva tutto il palazzo del marchese Ayerba, e parte della strada; l'altro lato stava sepolto nelle tenebre; però colà dove raggiava la luna un amante avrebbe potuto leggere la lettera della sua innamorata per quanto lunga ella fosse, e il carattere fitto; tutto altro però, fuorchè lo amante, avrebbe insaccato la lettera per leggersela a grande agio a casa.