— Non importa, basta che in foro conscientiæ possiamo sostenere, che non lo sappiamo, e questo noi otterremo quante volte celebreremo il funerale secondo la intenzione di vostra Eccellenza.

— E non vi ho palesato di già la mia intenzione essere di celebrarlo per la mia figliuola?

— Non rileva, chè siffatta intenzione palesata io ricusai e ricuso obbedire, ma la nuova intenzione segreta non incontra ostacolo nel suo compimento.

— E non vi trattiene la ignoranza della vita o della morte di donna Violante?

— Nè anco questo fa caso, imperciocchè tutto si riferisca alla vostra intenzione la quale per me è libro chiuso...

— E così parvi, che la faccenda cammini nelle regole?

— Perfettamente... non ci ha dubbio; ed a voi forse non sembra? Che ci trovereste a ripetere?

— Diego! — Chiamò il Marchese; al quale comparso su la soglia egli andò incontro per bisbigliargli alcuno suo ordine sommesso aspettandone l'esito su l'uscio socchiuso. Il Parroco, che con occhio spasimato faceva all'amore co' ducati rimasti sopra la tavola, non vide come don Valente sprangasse le imposte per di dentro, e meno ancora, che Diego gli aveva porto la sua canna d'Indie sfoggiata di pomo di oro condotto a cesello e di nappe seriche. Per giustificazione di don Diego cattolico, apostolico, romano, quantunque nato a Valliadolid, io devo attestare, ch'egli porse la mazza al suo Signore in buona fede, supponendo ch'ei volesse recarsi fuori di casa, nella quale opinione lo confermò la vista del cappello, che don Valente, quantunque come grande di Spagna, non si cavava di capo se non per andare a letto, tuttavia quando lo visitava qualche ecclesiastico, soleva riporre sul tavolino. Il Marchese, senza disonestare con la prescia il baronale sussiego, si accosta al povero don Ignazio, che dalle mille miglia non si sarebbe mai atteso a simil tratto, e forte abbrancatolo pel petto comincia a rebbiare giù di santa ragione. — Fra paura e maraviglia tennero un momento stupido il Prete, se non che il dolore presto gli ridonò moto e favella; bene spiccò salti e dette urtoni, ma non gli riuscì scappare di sotto alla morsa delle mani del Marchese; gridava sì e sgangheratamente, talchè gli urli ferivano le stelle: = aiuto! soccorso! ohimè sono morto! mi ammazza! = ma i servi guatavansi in faccia trasognati e si peritavano a penetrare nella stanza; allora dalla disperazione reso ardito, don Ignazio agguantò il collo di don Valente, e strinse con l'agonia del naufrago che si attacca allo scoglio: brutti erano ambedue, sebbene con diversa guisa, ma quando don Ignazio contemplò la faccia del Marchese farsi di gialla infaonata come tumore lì lì per ischizzare, e gli occhi terribili per bile, e per vene sanguigne rigonfie, gli cadde l'animo, e buttò giù le mani; nel medesimo punto il Marchese sentendosi mozzare il fiato aperse le dita, e don Ignazio potè sgusciargli di sotto. Il Marchese, dopo essersi un cotal poco stropicciato il collo, ed avere tossito un paio di volte quasi per accertarsi che durava sano il canale, riprese lena, e levata la mazza continuò a menarla furiosamente in tondo; il Parroco sorpreso dal nuovo turbinío, non sapendo a qual santo votarsi, si dette a correre intorno alla stanza, e il Marchese dietro. Don Ignazio urlava in tutti i tuoni, dal basso fino al falsetto:

— Per Dio! Eccellenza, la smetta... sa ella ch'è scomunicata? E come! Scomunica maggiore... Si quis suadente diabolo clericum percusserit anathema sit... non ci è che ripeterci su... lo può riscontrare nella causa decimasettima... questione quarta... parte seconda del Decreto scritto da cui se ne intendeva... sa ella? Dal Graziano, e non le dico altro.

Ma il Marchese o non udiva le parole del Prete o non ci badava; cascavano le busse giù fitte come grandine; ben per don Ignazio, che don Valente infuriasse privo del lume degli occhi, perchè dove delle centinaia di mazzate che sferrava costui lo avesse colto con quattro, pel povero Parroco era finita: io non so ben dire come la cosa andasse, fatto sta ch'egli si aggomitolò pari allo spinoso, o piuttosto si acchiocciolò, si ridusse piccin piccino incastrandosi nel vano di una credenza; non per questo si rimase il Marchese, che anzi vie più imperversando ridusse in tritoli cristalli, specchi, porcellane, mise in ischiappe masserizie e suppellettili che valevano un tesoro.