— Povero don Ignazio, era tanto dotto! E adesso ammattito anco lui!...

— E se non bastavano duecento ce ne avrebbe aggiunti altrettanti....

— Vedete eh! notava il devoto don Diego, da un punto all'altro che cosa si diventa? Procuriamo pertanto starci lontani dal peccato.

— Perchè dopo donna Violante la casa d'Ayerba rimaneva spenta.... continuava il Curato.

— Levate su presto di casa questo uccello di malaugurio. — Via il matto tristo... via.

Un febbricone da cavalli accompagnato da delirio assalse don Ignazio appena posto a giacere, e quanto fu lunga la notte sognò un mulinello di cataletti, di scudi e di legnate; ma le ossa rotte, anco cessato il sonno, gli rimasero addosso.

CAPITOLO VIII.
Sangue romano.

Aveva le costole in pezzi, si cimentava a sentirsele ridurre in tritoli peggio che mazzamurro, e nondimeno, assillato dal demonio dell'avarizia, don Ignazio come prima potè si condusse al palazzo del marchese d'Ayerba; barellava per via, pareva, che camminasse sopra brace accesa, torceva in isconcie guise la bocca come se masticasse fette di limone, o sorbisse aura di aceto, con gli occhi, con le spalle, con tutta la persona scontorcevasi, divincolavasi quasi colpito dal malore, che ha nome da santo Vito: e pur sempre coll'arco del pensiero teso ai dugento ducati perduti, un po' malediceva la sua rea fortuna, un po' quella sua smania di perfidiare, viziaccio vecchio per cui ne aveva rilevato più di un carpiccio delle buone, e sua madre lo rimproverò sovente dicendogli: Ignazio, tu cerchi il male come i medici. — Ma ormai a naso tagliato non valgono occhiali; però tentiamo, se questo strappo si possa rammendare, e ne vale il pregio, perchè que' dugento ducati... e largheggiava fino a trecento... poh! meriterei proprio la frusta su l'asino.... ma poniamo solo dugento, farebbero proprio la mano di Dio. —

Queste ed altre tattere nel suo cervello almanaccando, costui arrancava verso il palazzo del Marchese, dove giunto levò di sè le meraviglie tra i servi, i quali lo credevano all'olio santo; non mancarono cotesti tristi di dargli la soia, ma così sottile, che costui, comunque maliziato quanto un famiglio degli Otto, non se ne accorse; — e poichè dopo alquante parole egli chiese vedere don Valente, risposergli, crederlo difficile, tuttavia ne farebbero motto a don Diego; aspettasse in anticamera. Siccome di aspettare in anticamera così crudo crudo egli non si era mai sentito dire in faccia, massime di proprio moto dai servi, argomentò e bene, che insolentendo la ciurma, il pilota non reggesse più il timone. Non avendo don Diego trovato da opporre impedimento, anzi reputando che potesse giovare, si fece incontro al Parroco, e lo condusse al cospetto del suo padrone; don Ignazio pensò rinvenire il Marchese giacente in letto, ma anch'egli cadde in errore, dacchè spalancati all'improvviso gli usci della sala gli comparve dinanzi. —