Mi mostrano la via, che al ciel conduce,

disse messer Francesco Petrarca canonico di Padova, ma lo disse del cuore non già degli occhi di madonna Laura, non della mano, la quale, secondo quello ch'ei ci vuole dare ad intendere, non gl'insegnò mai nulla — quindi, o velisi la Venere come quella di Coo o la si lasci ignuda schietta come l'altra di Gnido. La Venere di Firenze è Venere da Gesuiti[23].

La Distruzione insediata sul trono scelse i suoi ministri, e secondo il costume dei re tristi, li scavò peggio di lei; primo di tutti il fuoco, il quale per darle saggio della propria abilità arrovellandosi su i travi, i travicelli, le porte, e le imposte gl'incenerì mezzo regno; per la quale cosa la Distruzione, ammirandone i forti partiti, e lodandone lo zelo, lo mise in riserba per servirsene al bisogno: poi venne la volta dell'acqua, che non osservando regola nè misura si rovesciò a diluvi sul tetto, mandando giù sopra i passeggeri una benedizione mista di tegoli, e di embrici; entrata in casa non rinvenne via più spedita per uscirne, che le crepe antiche, e allora non parve più ridere, ma piangere; dopo Democrito, Eraclito; quantunque non manchino autori degni di fede, i quali ci affermino, che in antico Eraclito e Democrito non fossero già due filosofi sì bene uno solo; e questo credo ancora io. Non potendo adoperare quotidianamente un ministro del continuo lagrimoso, fu provata l'aria; e l'aria al cimento rinvennero, se non più dannosa, più molesta di tutti; imperciocchè ora sibilasse come se miriadi di boa andassero in volta, ed ora guaisse a mo' di centomila anime dannate che si fossero data la posta là dentro, ora con terribile rombo annunziava imminente il finimondo, ed ora modulava un gemito come di amante, rimescolato dal soverchio affetto; e la Distruzione ora accorreva tutta impaurita, ora afflitta e non trovava mai nulla; che vento erano le minaccie, e vento i sospiri; altri ministri di polso non si presentarono a reggere; e' fu mestieri servirsi di questi alternando l'uno con l'altro, come costumavano in Francia ai tempi di Luigi Filippo, e come costumano in Italia ai tempi nostri; se potevano mettersi insieme, se ne sarebbe composto un lievito eccellente per formare tutti i ministeri del mondo, ma non si potè fare.

Ognuno di loro tirò su sempre secondo il solito l'acqua al suo mulino; di topi un nugolo, che primi a entrare, si mostrano anco primi disposti a uscire solo che fiutino alla lontana la schiaccia; modello vero del perfetto cortigiano sempre inteso a rodere, sia di notte come di giorno, berretti frigi, o bende imperiali, l'oro del tempio di Efeso, o i calzari di Diogene: e con essi i tarli, stampa di amore senza pari come quello che si addentra fin là dove altri non può arrivare; vennero i biacchi a insegnare come si conservi la dignità nella reggia, e nei parlamenti, i rospi e le vipere ci portarono l'arte di comporre i giornali, gli scarafaggi, e i lumbrichi spontanei o invitati ci si recarono a dare lezioni di diritto costituzionale, i gatti furono professori di generosità, i corvi cappellani. La vetriola e l'edera in compagnia di altre sorelle parasite si offersero a fare ufficio di poeta di Corte adombrando gli spacchi e le latrine; e col verde bugiardo non pure ascondere ogni più sozza cosa, ma dare ad intendere alla lontana, che fosse incoronata di alloro.

Allo improvviso, e mentre ormai la Distruzione reputandosi donna e madonna non sospettava di guai, ecco irrompere dentro il palazzo una frotta di architetti, muratori, manovali, operai di ogni maniera, di ogni ragione artisti, e ciascheduno armato dei suoi arnesi, sopra di lei avventarsi con assalti riuniti, contro i quali non valse pertinacia di difesa, o maligno volere; molto più che un giovane biondo e bello al pari di Apollo di Belvedere lì compariva sovente con lo incesso di cotesto Dio, che saetta il Pitone, e sembrava accendere co' raggi della sua anima gl'intelletti degli uomini, di cui la opera allora ferveva per trasformare in sede di magnificenza, di giocondità e di piacere l'albergo che fu poco anzi di miseria, di tristezza e di dolore.

Questo giovane era Paolo, e come in tratto così breve di tempo avesse potuto mutare la sua condizione di mendico in ricco io ve lo dirò senza viluppi, che di colpi di scena non abbisogna il racconto, e poi noi altri Italiani siamo di quelli che desideriamo mettere ogni cosa al suo posto, e fare che il dieci venga subito dopo il nove; almeno una volta era così.

Voi pertanto ricordate, che Paolo sorpreso nella caverna da Ciriaco, vergognando di comparire ladro al cospetto del suo compagno bandito, prese delle gioie arrapinate quelle che potè; gli argenti furono relitti tutti: certo i tesori di Montecristo non erano sepolti là dentro, ma il trofeo del ladroneggio costà superava troppo in valsente quanto n'era stato rimosso. Quando Paolo con la famiglia ripigliò la via di Roma, due fini si era proposto, il primo dei quali certo o poco dubbio, incertissimo il secondo; gli pareva facile ripescare gli antichi compagni, e aggiungendovene parecchi dei nuovi ricomporre la sua banda per rompere le strade, e condurre altre non meno onorate imprese; gli riusciva più arduo credere che i suoi compagni si fossero astenuti da pellegrinare fino alla caverna per rovistarla ed appropriarsi quanto era rimasto lassù; tuttavia volle tentare; però fatta sosta alla famosa osteria della Ferrata, si diede a conoscere dall'oste pressochè spiantato per falta di avventori, di salute mal fermo, e quasi losco dal tanto piangere che aveva fatto la sua figliuola Maria; accolto a braccia aperte sul subito come conoscenza antica, e consolatore delle presenti miserie, crebbe di corto nella svisceratezza dell'oste, avendogli rifiorito le languide speranze con promessa di migliorare in un modo o nell'altro le sue condizioni. Interrogato l'oste da Paolo, insieme ad altre cose, se qualcheduno dei compagni fosse a sorte comparso da codeste parti ebbe a risposta, che non ci si era visto persona, però preso maggiore coraggio gli disse, che pel dì veniente procurasse avere sei muli od otto, e provvedesse zappe: se si sentisse in forze di accompagnarlo insieme con Renzo fino alla caverna ben per lui; se no, sarebbero iti egli e Renzo; nè per questo avrebbe avuto parte minore delle robe, che egli viveva quasi sicuro di ritrovare.

Supremo scongiuro per l'uomo fu sempre il guadagno; pensate poi se lo stringa il bisogno; in mal termine si trovava l'oste, ma fosse stato peggio, sarebbe ito col materasso dietro; però vuolsi confessare che alla cupidità si aggiungeva come in embrione il pio desiderio di recitare un po' di De profundis proprio sopra la fossa dove riposava sepolta la povera Maria; e devo confessare altresì, che mano a mano saliva, questo desiderio pigliava colore, sicchè, quando furono vicini alla caverna, l'amore della figliuola bilanciava l'amore dello acquisto, o poco gli rimaneva di sotto: entrato poi nella caverna e indicatogli il luogo dove giaceva la sua creatura, si gittò giù di sfascio, rompendo in dolorosi omei da movere a pietà, non che altro, i tronchi e i sassi, e con le braccia aperte pure tentava di abbracciare il terreno. Paolo lasciò sboglientarlo, che forse ci aveva il suo conto, e parve fosse per lo appunto così, imperciocchè presto presto si dette a zappare in certi luoghi a lui noti, dove trasse fuori due forzieretti, che si ripose in tasca. Mentr'egli operava ciò, allegando non so quale pretesto, aveva mandato Renzo fuori della spelonca, sicchè quando ei fu di ritorno i forzierini erano spariti; di costui Paolo si fidava sì e no: gli faceva mestieri di parecchie altre prove per isperimentarlo, ma in tempo di carestia pane di vecce: rientrato il garzone, Paolo si volse all'oste, e con sinistra cera gli ordinò che pigliasse la zappa per dargli aiuto, e quegli la prese quasi trasognato, poi tornato al luogo donde si era partito cominciò a menar giù a furia gridando:

— Qui dentro è il mio tesoro, or ora lo metto allo scoperto.

Paolo parve atterrito al proponimento dell'oste, per la quale cosa, fattosegli da presso, gli fermò il braccio dicendogli con voce benigna: