Azzannò l'orecchio, e strettolo ferocissimamente prese a dimenare con furioso impeto il capo a mo' di mastino che tenga co' denti la bufala. Urlava Paolo:

— Maledetta strega... lascia ire... ahi! lascia... al corpo di Dio ti fendo il cuore... ahi! ahi! —

E l'altra peggio, sicchè Paolo cavato il coltello dalla tasca delle brache incominciò a tirare giù colpi da disperato: percoteva in pieno, ficcandone la lama fino al manico, non per ciò la donna lasciava presa; la gente di Paolo vedendolo infellonito menar botte da rompere il muro si peritava aiutarlo; all'ultimo colta in mezzo al cuore Lucrezia cadde, ma stringendo fra i denti un brandello di orecchio del suo nemico. —

La presa del castello e' fu postura ordita fra Paolo e il barone Latino Orsino fautore di Sisto; la gente che sbalzò fuori al termine della cena, fino dalla mattina si era nascosta nei sotterranei del castello; nè Paolo si tenne contento alle morti del Guercino e della Lucrezia, bensì fece ammazzare senza misericordia tutti quelli i quali sospettò potessero avere odore della sua condizione antica di bandito. I meriti nuovi non avrieno presso Sisto saldato le colpe antiche, in simili casi ei solea sdebitarsi con messe e suffragi; generoso fino a spiantarsi nell'altro mondo, in questo egli era duro ad esigere. —

Quando Paolo con una benda di seta nera intorno al capo si presentò al Pontefice con la testa mozza di prete Guercino accomodata dentro a un paniero nuovo sopra ramelle di rosmarino, come si costuma portare le lepri morte perchè le si mantengano fresche, levò devotamente le mani al cielo ringraziando Dio; poi nella veemenza dello affetto disse non so che parole di coronare Paolo in Campidoglio come aveva fatto Pio V a Marcantonio Colonna dopo la battaglia di Lepanto: e poichè il Cardinale di Montalto prudentemente lo persuase a meglio ponderare la cosa, volle che portassero subito duemila scudi, e datili a Cesare disse, che li pigliasse non mica per compenso della opera egregia condotta a fine, bensì perchè gli spendesse a farsene onore co' suoi compagni: al resto si provvederebbe presto con la sua pienissima soddisfazione. —

Mandato quindi per l'orafo di corte, Sisto gli commise una corona di rame dorato; se gliela portasse prima che finisse il dì gli darebbe con le sue benedette mani, oltre la sua buona grazia, venti scudi d'oro, se no gli farebbe dare dalle mani di Gigolo due tratti di corda; e siccome l'orafo accennava volere favellare forse per dirgli in tanta angustia di tempo impossibile contentarlo, il Papa mettendosi l'indice della manca lungo il naso, e con la destra accennandogli la porta, lo licenzia. —

Il giorno successivo la testa mozza del prete Guercino comparve incoronata fitta su di un palo sul ponte di Castello Sant'Angiolo.

CAPITOLO XI.
La Marchesa dopo pranzo, e la Marchesa innanzi pranzo.

Dopo avere fatto reverenza al Papa, presso cui rinvenne il Cardinale di Montalto, Paolo se ne andò difilato al convento dei Gesuiti a visitare il suo diletto padre Migali; se da questo, e da tutti gli altri così professi come novizi degl'incoli del collegio di Gesù, Paolo ricevesse accoglienze più che cordiali svisceratissime, si crederà di leggeri quando si consideri che gli uomini inclinano per natura a soffiare nella vela gonfia dal vento della fortuna; e poi i Gesuiti vecchi salivano in isperanza di ottenere per mezzo di questo loro protetto, una volta arrampicato in alto, favori e comodità infinite; nei giovani, sboglientito assai, pure durava l'entusiasmo per le cose belle, o che paiono tali; onde ai cervelli loro, pieni degli studi dei classici latini, Paolo si veniva offerendo come un Dio, che domi Pitoni, o semideo trionfatore d'Idre, e di Minotauri; alla più trista come un Giulio Cesare, e un Alessandro Magno. Gli piovvero addosso esametri e pentametri, sonetti, canzoni, odi, e perfino acrostici; le monache lo mandarono a presentare di paniere di brigidini, di Gesù bambini, e di abitini. Sopra tutto abitini, però che allora attribuissero in Italia a cotesti amuleti una oltrapotente virtù... Perchè ho io scritto allora? Forse ieri non vidi qui in casa mia un frate mirabile per vecchiezza e per laidume con la stola al collo, gli occhiali sul naso, e il libro in mano intimare lo sfratto dai cavoli ai bruci, e i contadini d'intorno composti a diversi atti di devozione? E mentre io appoggiato con la spalla ad un grosso olmo contemplava mestamente il caso, il frate levati gli occhi mi scorse, e vibratomi quasi uno sguardo di sfida sopra gli occhiali disse queste parole: — figliuoli, io ho fatto la parte mia, ora tocca a voi fare la vostra; quanto a me non ho omesso una virgola, e la orazione non può fallire; se la non riesce, la colpa è vostra; e' vorrà dire, che non avrete avuto fede, perchè vedete, con la fede potreste dire a cotesto albero là (ed accennava appunto l'olmo a cui mi appoggiava io) — parti, e l'albero subito partirà per andarsene in altro luogo. — Tanto disse co' labbri, col cuore aggiungeva di certo: — voi credete di cantare il vespro all'errore, e non siete nè manco a mattutino. — O ragione, vero ebreo errante della umanità, allorchè sarai giunta al termine del tuo cammino ti troverai entrata nel secolo immortale; quando anco tu arrivassi al tuo plenilunio, i raggi usciranno da te peggio che indarno, perchè allora l'universo sarà fatto tomba del genere umano!