— E dái col tenerume!... Quando vi assicuro io che il cavaliere Pelliccioni sta sul tocco e non tocco di comperare un principato, mi potreste credere; conosco ottimamente che voi, clarissima signora, siete bene disposta per questo gentiluomo; salute, leggiadria, età, prosapia illustre, ricchezze, insomma ogni cosa desiderabile in egregio marito trovasi con stupenda copia in lui, questo è certo; ora a che pro rimandare la conchiusione alle calende greche? Dire al povero innamorato: aspetta, egli è crudele come rimandare chi ha fame al giorno dopo. Anco le anime del purgatorio vivono sicure di entrare quando che sia nella gloria eterna del paradiso, ma tuttavolta noi ci sbracciamo con suffragi ed orazioni ad abbreviare il termine della dolorosa aspettativa. — Io amore non conosco a prova, soggiunse il Gesuita sorridendo sottile — ma per quanto ne ho sentito dire, so che mette gli zolfanelli addosso ai suoi vassalli ... pietà, signora mia, pietà del povero innamorato.
— Avventurosi voi, che non conoscete le miserie delle nostre condizioni; credetemelo, reverendo, se si tira la somma delle gioie e dei dolori di quelli che vivono al secolo, tale che s'invidia vi farebbe pietà: le cure della famiglia, il governo del patrimonio, la condotta dei mariti, la educazione dei figli, l'ansietà pel collocamento delle figlie ci gettano in angustie da non potersi descrivere. Vedete, noi abbiamo discorso molto; mi avevate convinto quasi, ed ora mi accorgo, che logorammo il nostro tempo invano....
— Come? Perchè? Interrogò a sua posta il Gesuita spaventato, non potendo immaginare con quale nuovo amminicolo sarebbe saltata fuori cotesta forte negoziatrice; e la sagace con balda voce:
— Il cuore della fanciulla, reverendo, noi non lo consultammo; e sembra convenevole sapere il gusto della donzella dacchè ella, non noi, ha da sposare il signor cavaliere Pelliccioni. —
Il Gesuita non si aspettava questa parata; nè l'aveva creduta, nè la credeva adesso possibile; di fatti quasi sbalordito soggiunse:
— Com'entra la signora Geltruda in questo? E qual bisogno ci è del suo consenso?
— Non siamo mica ai tempi d'Iefette, che i padri tagliavano la gola alle figliuole, e queste dicevano: grazie, egli è per sua carità.
— Se non sapessi di discorrere, qui adesso, proprio con la clarissima donna Clelia Savella, mi parrebbe trasecolare. Dove l'autorità paterna? A che ci troveremmo condotti noi con queste massime? Dunque da qui innanzi i figliuoli, i sottoposti faranno a loro modo? Il proprio libito irrazionale sempre, e quasi sempre pernicioso anteporranno al savio, e considerato dei genitori? La passione sostituita alla ragione, il talento al dovere? Donna Clelia! Donna Clelia! I figli, i sottoposti in mano ai padri e ai genitori hanno ad essere come un cadavere, perinde ac cadaver, come un bastone nelle mani del viandante; come una lima in quelle del fabbro.
— Vi domando umilmente perdono, ma in questo sto ferma come la colonna traiana. Eh! non gli avete portati voi i figliuoli nove mesi nel seno, non voi partoriti in mezzo ai dolori, non allattati col vostro latte voi... Se i matrimoni riescono a bene, il merito tocca al padre; se nascono guai, tutto si rovescia sul capo alle povere donne. Stava alla madre informarsi, a lei interrogare, e indovinare il segreto del cuore della figliuola; alla madre prendere odore delle voglie, dei costumi, dei gesti, e dei detti dello sposo. Se si mettono in tavola contentezze, alla madre è bazza se ci può intingere il pane; se tribolazioni, la sua parte è per quattro, quando non l'abbia a trangugiarsele intere.
— Ma qui non siamo al caso, distingue frequenter....