— Amatissimo in Christo frater, va bene che voi vi sprofondiate a salire presto le scale del paradiso, ma bisognerebbe badaste più a scendere quelle del mio palazzo, e ciò moltissimo per amore del vostro collo, ed anco un po' per amore della mia povera fronte
«Che nuovi allori ormai nè merta o spera,»
come cantò il Poeta.
— Marchese Silla, soggiunse il Padre ridendogli più degli occhi, che co' labbri: costituitevi in colpa; il peccatore siete voi; pensando ai fatti vostri io m'era svagato.
Il marchese naturalmente domandava il come, e il Padre trattolo giù sotto la scala, in luogo riposto, dopo essersi guardato sospettoso dintorno, gli espose, parte levando, e molti arabeschi aggiungendo di suo, il colloquio avuto con la marchesa Clelia; un capo di opera di stile loiolesco, a cui per dare degna conchiusione disse:
— Capisco il mio torto; presento il rimprovero che sarete per farmi, e già me lo sono mosso io: doveva volgermi a voi, che siete capo di casa, e non impacciarmi con le rocche e coi fusi, ma con voi altri non si sa che pesci pigliare, imperciocchè la Marchesa ad ogni piè sospinto non rifiniva di dire anco a cui non lo vuol sapere che padrona è lei, e quello si fa da lei è tutto ben fatto.
— Non è vero niente; il padrone sono io.
— Gli è ciò che diceva a mia posta.
— E mi par tempo di finirla, da farmi passare per uno zoccolo.
— Su da pari vostro, chi pecora si fa il lupo se la mangia; mostrate i denti...