»Del capitan Cardon[2].
Qui sebbene io non mi vanti come Zaccaria Verner per grand maître d'amour, tuttavolta mi permetto ammonire le donzelle, che quando si sono tolte ad uccellare per siffatta guisa un uomo, guardinsi bene di lasciarsi prendere, perchè alla meno trista l'amante proveranno cacciatore, che quello che piglia, o pela o spella, e poi mette ad arrostire dentro lo spiedo.
Se fosse amore la passione, che spingeva Paolo verso Tuda, per me non saprei, che chimico non fui mai, e non so se possa scomporsi amore: solo assicuro che questi dispetti arrovellandolo, vie più lo intabaccavano, come il poco vento accende, mentre il troppo spenge la fiamma. — A questo amore della specie dei rabbiosi si aggiungeva la cupidità (per ordinario mi affermano che fanno ottima lega insieme), però che non pochi lasciti degl'illustri antenati per causa di maritare donzelle venissero a riunirsi in lei figliuola unica: onde con la ricchezza stabile, la quale mercè i suoi frutti mantiene la comodità e lo splendore delle famiglie, Paolo sperava gli si aprisse una via, in fondo alla quale non gli si mostrassero più corda, tanaglie e ruota; ingrata vista per tutti, anco pel Pelliccioni: di vero, il Cartouche diceva essere un brutto quarto d'ora quello che passava tra carnefice e condannato, e vado sicuro che tutti quelli che ebbero a provarlo non mi smentiranno.
Paolo non era presuntuoso per modo da non comprendere, che il primo ostacolo nello adempimento dei suoi disegni gli veniva da Tuda; ma poi l'era abbastanza da farsi sicuro di superarlo; e il suo specchio gli dava sempre ragione: nè in fin di conto la repugnanza della fanciulla poteva mettere in apprensione a cotesti tempi, che nelle famiglie ordinate col santo timore di Dio si usava dire: o saltare quella finestra o mangiare quella minestra; ovvero: maritarsi con cotesto uomo, o seppellirsi in convento: maggior pensiero davano i parenti della nobilissima casa Savelli, i quali si sarieno lasciati mettere in quattro pezzi, anzichè accettare per congiunto un uomo per lignaggio da meno di loro; e peggio poi, che non fosse al caso di sovvenirli di danaro, perchè tutti spiantati, ch'era un desío. Del padre di Tuda non si poteva far capitale alcuno perchè prodigo, e sebbene vecchio, nabissato negli amori volgari, e nei debiti: quanto al gioco, pareva binato con lui, però nè rispettabile nè rispettato; bene ostentava sopra la propria famiglia assoluta padronanza, e a sentirlo dire, i vecchi romani che avevano diritto di vendere i figliuoli sanguinolenti, e lo adoperavano, dirimpetto a lui non ci erano per nulla: perpetui gli ricorrevano sopra la bocca i vanti: — il padrone sono io; e se non era io che ci metteva le mani non se ne sarebbe venuti mai a capo, e quando parlo io tutti hanno a chinare il capo, tutti, e abbiatelo per inteso. La sua consorte donna Clelia da prima gli dava su la voce, poi le bastò guardarlo aggrondata perchè ei si cacciasse la coda fra le gambe: ora non lo guardava nè manco, facendo dei suoi detti il conto medesimo del cigolío del vento che entrava pel buco della chiave nella stanza. Come se il caso ci si fosse messo a posta, su questo marchese Savello avevano balestrato il nome di Silla: e' par destino che quanto un dì fece piangere deva più tardi far ridere, per poi ricominciare il giro.
Donna Clelia universalmente celebravano arca di virtù: per me avrei voluto ammogliarmi piuttosto con la tramontana, che con lei, ma in vero ella era un impasto di buone e di ree qualità, con questa ragione, che le ree invecchiando diventarono pessime, e le buone si erano infortite. Amava la famiglia con tutti i nervi, ma più per superbia, che per altro, sopportando con acerbo animo la presente decadenza, e disposta a fare di ogni erba fascio per restaurarla nello antico splendore; aveva tentato prima la via del risparmio per rimetterla in fiore, e tale sperando, e via via assottigliando si era ridotta agli ultimi termini della miseria; accortasi poi, che mentr'ella badava al fuscello, il consorte Silla faceva falò del pagliaio, e che per avarizia veniva ad invilirsi la clarissima casa, mise tutto il suo cuore in certe liti, che agitava da dieci anni, e nel procurare nozze splendide ai figliuoli; il suo naturale rissoso crebbe d'ira, e con la usanza continua dei forensi imparò in certo modo a regolare la contesa, e mettere ordine alla tenzone: dopo la superbia, la cupidità, e la smania di contrastare veniva la divozione; ma se meriti questo nome il credere alle streghe, ai folletti, e non in Dio, anzi non sapere che si fosse, non rammentarlo nè manco, giudicatelo voi. Temeva il Papa, come si teme il diavolo, perchè ha potenza di fare il male; e si asteneva di rammentare ambedue proprio per sospetto gli comparissero davanti: presuntuosa, che Dio ve lo dica per me, sapeva ogni cosa, in tutto metteva il becco, era avvocata, medica, teologa, fattora in campagna, negoziatrice in città, nella conoscenza dell'arte araldica un portento; parlava copioso, e male, talora anco bene, eloquenza da legna verdi, dopo molto fumo un po' di fiamma: della sua curiosità non parlo, perchè la madre Eva trovando a possederne un grossissimo patrimonio, come donna imparziale, e perchè maggioraschi non costumavano allora, la lasciò pro indiviso a tutte le sue figliuole. Ma come ella ha da parlare, così si paleserà da sè, senza ch'io perda il fiato a sostenere la parte di Cicerone delle figure di cera; però non posso tacere che la povera donna aveva un gran martello nel cuore dubitando di potere riuscire mai a calafatare la barca sdruscita della casa Savella, imperciocchè il marito cercava il male per medicina. Tuda certo era provveduta d'avanzo, ma quando le ragazze non portano un gancio nella destra, e un tizzo acceso nella mancina (il che significa che dalla casa onde escono per andare a marito esse razzolano quanto possono, e nella casa ov'entrano appiccano fuoco), il gancio nella diritta tengono sempre; e poi le sue nozze magnifiche, se pure le toccavano, non riuscivano di profitto alla casa; anzi all'opposto, scemandola dei legati dotali, le toglievano il credito, che sempre accompagna le famiglie in possesso di grandi sustanze, sia che le abbiano a rendere, ovvero a serbare. Circa a Marcantonio, anch'egli unico maschio, e colonna su cui si appoggiava tutta speranza e il gran nome Savelli, ci voleva un supremo sforzo di amore materno per isperare di cavarne costrutto; inane e sciapito come una zucca romana; egli era proprio nato sotto lo influsso della stella, che il Salvatore Rosa chiama asinina[3] e pare che a quei tempi remoti (e le male lingue perfidiano anco ai presenti) presiedesse alle nascite dei patrizi: checchè di ciò sia, se l'amore materno non le avesse posto un cuscino su gli occhi, donna Clelia con ben altra ragione che il Saccenti, avrebbe potuto volgere al suo gentile portato i versi famosi:
»O figlio grande e grosso, e bue davvero,
»Che quindici anni fa ti misi al mondo.
Queste le pedine con le quali a Paolo toccava giocare la sua partita, e non erano belle; nè alcun se ne persuase meglio di lui; però si pose tosto l'animo in quiete, fermo in questo, che in casa Savelli, se non vi si entrava per via del Vaticano, altro verso non ci era; ma la chiamata del Papa si faceva attendere tanto ch'ei già si dava al disperato; che il Cardinale lo avesse posto nel dimenticatoio non si poteva supporre, imperciocchè egli si studiasse ogni dì comparirgli davanti e salutarlo, e l'altro gli sorridesse cortese come uomo che veda persona grata; che se egli si asteneva di rammentargli il fatto suo, ciò operava, non perchè si peritasse, bensì un poco per superbia, ed un poco per non iscapitare di reputazione. All'ultimo venne lo staffiere, gli recò il foglio, lo aperse palpitante, e quando lesse, che il dì successivo il cardinale Alessandro lo avrebbe presentato al Papa, stette per rompere in pazzie, come saltare al palco, abbracciare lo staffiere, baciarlo, empirgli le tasche di monete, ed altre cotali, e pure (tanto esercitava impero sopra di sè) si contenne, e donato da gentiluomo lo staffiere, con molto sussiego lo accommiatò.
Dall'ultima volta che lo vedemmo, si direbbe, che non si fosse mutato; sempre ei tenevasi nè seduto, nè ritto alla estrema sponda del tavolino, con le braccia aperte e le mani ferme sopra lo spigolo di quello, con ambo i piedi tesi e puntati sul pavimento, il capo sempre chino, gli occhi sempre chiusi, senonchè il colore della carne appariva più acceso, nè per quanto sforzo ci adoperasse giungeva a padroneggiare il turbamento che lo agitava. Paolo pertanto, introdotto alla presenza del Papa, appena entrato piegò il ginocchio a terra, nè Sisto lo avvertiva; giunto al mezzo della sala da capo inchinavasi senza che se ne addasse il Pontefice; all'ultimo, prosternatosi ai piedi, e curvo giù con la faccia al pavimento, glieli baciò!....