Madonna Clelia pareva, ed era trasfigurata, il bel vermiglio di cui s'imporpora la vergine quando prima intende favellarsi di amore le giocondava le gote, gli occhi alacri e micanti come quelli che appunta il divino intelletto negli abissi della natura per iscoprire i suoi segreti o gli ha scoperti. Per soverchio gaudio non sapeva snodare parole; innanzi che parlasse l'era mestiero sfocare la intensità dello affetto; intanto ch'ella si sboglienta, concedetemi che in quattro battute io vi metta davanti una considerazione.
Ai tempi nostri si arriccerebbero le chiome per orrore ai sacerdoti della giustizia se alcuno si attentasse intimarli a pronunziare sentenze pro o contro la vita o la roba altrui; così rispettando cotesta sacra religione loro non vi ha persona, la quale ordini al giudice: spogliami questo, ammazzami quell'altro; mai no; solo nelle faccende criminali si procura inviare sul mattino i soldati convertiti in carnefici a finire quelli che liberissimamente i giudici a mezzodì condannano, e nelle faccende del mio e del tuo i potenti osano raccomandare solo, che si affrettino a spedire il negozio. Certo il giudice interpretando, come veruno si ha da supporre che solleciti una trave a cascargli sul capo, o la mannaia sul collo, pronunzia la sentenza in pro del raccomandato; ma in questo qual colpa ci ha il potente? Il peccato è tutto dei giudici; errore di giudizio, non già di cuore, che senza scarto quanti sono possiedono santissimo... e circa ad intelletto sappiamo come labile nei figli di Adamo: chi sta su la fossa piange il morto. A me piacerebbe vedere le porte dello inferno, e quelle dell'anima umana aperte a due sportelli, ma gli è voglia salvatica, almeno tale sentono i gesuiti e i moderati, i quali predicano che la decenza è la virtù del vizio; non so se abbiano trovato essi l'aforismo, che la Ipocrisia è omaggio della colpa alla virtù; se non lo trovarono essi meritavano averlo inventato. Basta a questa gente che il pudore abbia preso alloggio su la guancia destra, e la verecondia sopra la guancia sinistra, donde movendosi vengano a rinnovare su la punta del naso, come sopra l'altare della Ipocrisia, i divini connubii: in altra parte pudore e verecondia pesano e incomodano.
La Marchesa avendo pensato a quello che doveva rispondere favellò:
— Illustrissimo, a me tocca ripetere ciò che la sacerdotessa di Delfo ebbe a dire ad Alessandro Magno di cui portate degnamente il nome: figliuolo mio, voi siete invincibile.
Ecce ancilla Domini fiat voluntas Dei.
— Adesso però avete a fare qualche cosa di più in pro di queste nozze.
— Quale, illustrissimo?
— Condurre a consentirle anco il Marchese.
— Contenta io, contenti tutti.
— E pure vi ha chi ne dubita.