— Che clarissima, o non clarissima, il padrone sono io: quante volte ve l'ho a cantare... le mie parole s'incidono da sè nel porfido...
E giunto in capo di scala scappava, scappava come uno starnotto per sottrarsi al cane del cacciatore sotto le ale della madre. La starna madre era la moglie. Aperse l'uscio il Marchese, e sporse il capo mentre il Cardinale e la Marchesa alternavano fra loro i discorsi riferiti testè; nè lo avvertirono punto, sprofondati com'erano nel negozio che gli occupava:
— Vi domando perdono, Marchesa, ma vi ha chi ne dubita.
— Non sanno quello che abbacano; il mio marito ha da fare a modo mio; chi si ribella guai! io punisco i recalcitranti a mo' di papa Sisto.
— Grazia della ruota pel povero Marchese! Tanto è, vi ripeto averci persona, che teme trovare intoppo nel marchese Silla; ei si ostina a sostenere, che i matrimoni in casa li vuole negoziare egli.
— Il Marchese è un somaro....
— Oh! somaro? non lo avrei mai creduto....
— I figliuoli gli ho fatti io, non egli.