— Mirate, noi li calchiamo sotto i piedi.
— Clelia, sotto i nostri piedi io non ci vedo che mattoni, e più i rotti che i sani....
— Noi ci abbiamo i Massimi... Ah! l'ho sgarata alla fine;... non sentite, Silla, la contentezza ineffabile di pestare una volta chi ci tenne tanto tempo sotto i piedi?
— Ma io non mi sono sentito pestare da alcuno... anzi con Fabio Massimi c'incontriamo spesso in geniali ritrovi, e con Gabriello talora giochiamo al lanzichenecco.
— Già per voi tutte le gioie, tutti gli affanni a me. A me vedermi comparire dinanzi, ogni volta io vado a messa, la odiata marchesa Lucrezia (e pare lo faccia a posta e lo fa di certo), e porgermi l'acqua santa con tale un sussiego, che se non fosse la reverenza del luogo sacro, la schiafferei, e con tale un sorriso che mi taglia la carne sottile come un vetro. A me sentirmi accanto, a piè dello altare sotto la Madonna del Carmine, cotesta superba femmina intonare il Tantum ergo con voce squillante dove si sente chiara la iattanza: la patrona della cappella sono io! Tanto e tanto ho pregato, che la beata Vergine del Rosario mi ha esaudito..... una volta nella vita godrò di mirarti umiliata..... abbasserai una volta gli occhi davanti a me..... orgogliosa..... superba....
— Ma Clelia, non vi scarmanate; la marchesa Lucrezia tanto non è qui, e non vi può ascoltare...
— Va, Silla di gesso, prorompe la marchesa Clelia, e datagli una strappata, scaraventa il povero Marchese lontano da sè, e poi gli muove con la mano aperta incontro un passo: — voi avete rubato tutto quanto vi trovate addosso; avete rubato l'acqua del santo battesimo perchè siete il peggior cristiano che io conosca... — Il Marchese dava indietro un passo, e la Marchesa ne spingeva un altro gridando sempre: — voi avete rubato il titolo di Marchese, perchè un da poco pari a voi non visse mai al mondo. — Qui il Marchese un secondo passo indietro, e la Marchesa un secondo passo avanti urlando tuttavia: — avete rubato il sangue perchè non vi si squaglia all'ira, allo sdegno, all'odio, al disprezzo. —
Il povero marchese Silla, cacciato di passo in passo, si era ridotto in un canto, e colà pari al cervo inseguito, piegava il capo dandosi per vinto; nè qui si arresterebbero i punti di paragone tra il nobile marito e il cervo anch'egli bestia nobile; al maggiore bisogno, mentre sgomento volge attorno lo sguardo mira prossimo un uscio aperto, e reputandolo grazia di Dio si rannicchia, si fa piccino, e rasentando lungo la parete sguscia dalla porta susurrando:
— Che demonio di moglie! —
Nel punto stesso donna Clelia esclamava: