— Esci giudeo dalla sala, se non vuoi ch'io ti scaraventi giù dalla finestra. —

E l'ebreo uscì fregandosi le mani, giubilando in cuore suo per avere di un tratto ficcato nel terreno morbido la vanga, e tuttavia rabbioso di non averci potuto piantare anco il manico; allora gli ebrei così, oggi gli affermano mutati, e sarà; però non tutti nè da per tutto. Pretensionosi si manifestano, e molto, sicchè riescono fastidievoli e molesti; per poco che tu li tocchi levano rumore come se gli scorticassi; e si gettano a pancia all'aria facendo il morto: qual carità perseguitare i perseguitati? Oh! ormai corre il secolo che vi proviamo persecutori. Per me conosco un luogo, dove la più parte degli ebrei, della libertà loro concessa si è fatta arme per ferire cui volle salutarli fratelli, e la ingratitudine si posero sul petto come i sacerdoti loro ci mettevano l'efod; Amaleciti e Amorrei perpetuamente i popoli in mezzo ai quali essi vivono a guisa dei tarli; e tutti noi estimano Egiziani per applicarci quel detestabile loro aforismo: il ladro che ruba al ladro non commette peccato. La pecunia risucchiata agli ospiti essi hanno profferta a tutte le tirannidi per saldare gli anelli della catena dei popoli; sarebbe vano negarlo, l'oro dei Rothscildi nocque alla umanità più che il ferro dell'Austria; anzi questo non sarebbe stato se quello non era. Guai alla città dove il giudeo prevale! In breve diventa una biscazza, dove la gente giuocando nabissa sostanza, morale e dignità umana; dinanzi ai macelli della avarizia, tu miri pendere dal gancio della mezza lira di ribasso, o di rialzo del debito pubblico i quarti sanguinosi della Patria e della Libertà. Per me, la Dio grazia, nè aborro, nè lodo chi preferisce tagliarsi il prepuzio a rovesciarsi acqua sul capo; solo parmi la prima pratica così dolorosa come barbara, e le religioni considero livree più o meno barocche con le quali gli uomini universi servono un medesimo padrone; però non posso astenermi da considerare che il mosaismo al pari dello islamismo aduggino a mo' di selva selvaggia dove la filosofia non pota mai il morto, il troppo, e il vano, onde si faccia strada un raggio di umanità. Fratelli hanno da essere i giudei, e sono, ma innanzi di accettarli liberamente nel consorzio di cittadini italiani, vuolsi avvertire che per loro Patria veramente si reputi la Italia, e la Libertà amino come retaggio di tutti; assumano sensi di fratellanza dignitosa e verace; si purghino insomma della lebbra, che portarono di Palestina, e non per anco uscita loro dal sangue. Qui poi non si contrappongano i singoli casi, chè le eccezioni non ismentiscono la regola, e presso i maggiorenti ebrei, i pochi nati fra loro di mano prodi, o studiosi della buona filosofia si hanno in conto di folli o di empi. Nei luoghi pubblici vostri, sopra le pareti dei sinedrii, nei soffitti delle case private ho letto, ed ho veduto sempre memorie o segni di abiezione servile, non mai, non mai segno o memoria di Libertà.


— Sul fare della notte Anacleto, che fu uno dei pallafrenieri del Pelliccioni, andando alla scuderia per dare una occhiata ai cavalli vide qualche cosa stesa sopra il muricciolo accanto al portone, che mettendogli addosso un po' di sospetto lo persuase a procedere guardingo; distinguendo poi una forma umana, e parendogli che si movesse, domandò con voce burbera:

— Chi è là? —

Gli fu risposto blando:

— Sono un povero garzone venuto da Frascati per accomodarmi al servizio di qualche famiglia, ma fino da stamani giro, e nessuno mi vuole: ho fame, ho sonno e poichè la Provvidenza mi ha messo davanti questo poggiolo di pietra, mi ci sono sdraiato per riposarmi; alla fame la Provvidenza penserà più tardi.

— E che cosa saresti buono a fare ne'? Un cavallo sapresti governarlo?

— Magari! Anco due. —

L'uomo non è mai tutto buono, e nè manco tutto cattivo, e questo notò troppo più saputo maestro, che non sono io; e poi si aggiungeva il vanto, forse sincero, di sentirlo adatto a governare cavalli: per la quale cosa Anacleto un po' raddolcito soggiunse: