— Veramente la Provvidenza nello sbracciarti un letto di pietra non ha peccato di prodigalità; vieni dentro alla scuderia, domani ti proverò, e se ti troverai al caso ti terrò meco: per ora il padrone ha troppe faccende pel capo, nè mi darebbe retta; intanto ti accomoderò nel fienile; non essere avaro di farti mangiare quotidianamente i materassi dalle bestie, perchè ti saranno rinnovati al più lungo il giorno dopo, e per una notte il legno proverai meno duro della pietra: quanto alle lenzuola se terrai le imposte della finestra aperte, te le somministrerà la luna e sempre di bucato senza una tecca. Circa a pane per istasera non mi obbligo a nulla: domani ne avrai. ma tanto a farne a meno tu ci eri accomodato: per acqua ci è il pozzo, e ci sono le secchie. Il partito potrebbe essere più largo, ma così com'è a questa ora bruciata non mi sembra che lo avresti a disprezzare.

— Anzi gli è grazia vostra, ed io mi butto nelle vostre braccia. —

Queste parole disposero sempre meglio Anacleto, il quale aperta la scuderia, c'intromise il garzone, e parendogli che mal si reggesse in piedi lo interrogò:

— Come ti chiami?

— Mario.

— Or be' Mario, va su per questa scala nel fienile e dormi; se stasera mi occorrerà di tornare vedrò di portarti da cena.

— Dio ve ne renderà merito. —

Salì la scala, e gittatosi giù di sfascio sul fieno, in un bacchio baleno il garzone prese a russare come ghiro; il che udendo Anacleto ebbe a dire:

— A sonno panca, e a fame pane....

Acceso il lampione governò i cavalli, empì la mangiatoia di strame, stese le paglie perchè giacessero ad agio, e queste faccende conducendo, ora cantava, ed ora favellava co' cavalli, i quali non si rimanevano punto indietro dal rispondergli con tale inflessione di voce, e con discorso per modo lungo diversamente da far credere che essi intendessero, e che da lui fossero intesi.