— Con vostra grazia, illustrissimo, non è mica così. La pecunia consiste in tanti ducati d'oro in oro, divisi in sacchetti di mille ducati: adesso se ne piglia uno a caso e si annovera: posto che torni, si pesa; ciò fatto si pesano anco gli altri, e se corrispondono nel peso, il riscontro non può desiderarsi più puntuale, sicchè, come vedete, in meno che non si canta il Miserere siamo lesti.

— Ebbene, fate voi per me...

— Ma che vi pare, illustrissimo, io non ci penso nè anco! Prendere la chiave, introdurla nella serratura, aprire le casse noi altri forensi... gente di legge estimiamo, come veramente sono, atti domenicali; da dominus, padrone, che nè ad altrui devono trasmettersi, nè da altri possono surrogarsi. Ecco, che mi reco ad onoranza presentarvi la chiave, compiacetevi, illustrissimo, di compire il resto. —

E tale favellando costui gli porgeva la chiave sopra una guantiera di argento. Paolo la prese, e si accostò al forziere mutando tre passi o quattro per lo spazio della sala lasciato sgombro: salì su lo zoccolo, e messa dentro il foro la chiave, appena l'ebbe girata, non il solo sportello, come pareva che dovesse succedere, si volse su i mastietti, bensì tutta la parte anteriore tenuta in bilico da perni nascosti si aperse irresistibile e grave dando acerba percossa nel petto a Paolo, che sbigottito fu sospinto indietro.

Intanto il forziere spalancato palesava...

Che mai? Perchè terribile scoppia dintorno un grido di orrore? — Il forziero spalancato mostrò un miserabile cadavere ritto, di sangue sozzo e di fango, gli occhi cascanti giù sopra le gote, il cranio infranto come coppa di porcellana sbocconcellata; sporgeva ambe le mani, da una delle quali penzolava la legaccia di velluto cremesino trapunta di perle, e dall'altra un fascio di capelli.

Paolo barellò per cadere, senonchè lo accolse nelle sue braccia il Tabellione, il quale gli strillò dentro gli orecchi:

— Nè il matrimonio andrà indietro per questo: io vi ho ammannita la sposa con la carrucola unta e la fune insaponata. —

Il Pelliccioni volti gli occhi nel Notaio liberato dalla parrucca, dagli occhiali e dalla toga riconobbe maestro Gigolo, caporale dei dodici carnefici di Roma eletti da dodici diverse nazioni, delizia del papa Sisto V, ed ahimè! anco del senato e del popolo romano. Allora l'istinto di fiera riprese il sopravvento in Paolo che di una potente strappata sbatacchiò il boia per la terra, ma i gentiluomini del Governatore di un tratto scopertisi sbirri, in meno che non si dice amen, lo strinsero nelle braccia, legaronlo per le gambe, per la vita, per le mani, così ch'ei non potè più dare crollo; quando costui si conobbe perso, proruppe in un singulto, e potè dirsi grugnito, abbassò la faccia sul seno, insensibile ormai a quanto gli si parlasse od operasse d'intorno.

Il Cardinale di Montalto facendo avvertire il Pelliccioni com'ei fosse ridotto a negoziare col Papa in compagnia dei Cardinali di San Pancrazio e di San Marcello non disse la verità, e la bugía nè manco, imperciocchè insieme veramente consultassero costoro non però sopra i dispacci di Spagna. Appena il Papa ebbe odore dell'essere di Paolo, tanto più inviperito, quanto più aveva fatto a fidanza, raccolti i rammentati personaggi, spediva ordini cautissimi, ma per veemenza procellosi, affinchè si pigliassero informazioni. Nello stagno di Nettuno rinvennero il cadavere della donna; la villa era un mucchio di cenere tuttora fumante, sbraciandovi in mezzo scoprirono, tra le altre cose, parecchie ossa in parte arse: erano le ossa di Renzo che Paolo aveva freddato sparandogli alla traditora la pistola alle spalle, essendogli costui caduto in mortale sospetto a cagione di talune parole ch'ei sfringuellò in mal punto mentre tornavano a casa. Subito dopo l'arresto di Paolo, un nugolo di sbirri abbattutosi sopra il suo palazzo, vi fece una funata di quanti famigli capitarono là dentro. Sperimentati con qualche tratto di corda non ressero, e svesciarono ogni cosa; onde frugando in cantina, smosso alquanto il terreno, scoprirono il corpo del povero pescatore, anch'egli morto a palate sul capo. — Il Pelliccioni interrogato su la sera del giorno stesso in cui si avevano a fare le nozze, o sdegnasse salvarsi, ovvero, come credo piuttosto, reputando ogni tentativo vano, senza tormento confessò partitamente ogni caso della scellerata sua vita. Allora il Papa e gli altri misero in deliberazione quello che avesse a praticarsi: quanto a processo caddero d'accordo a giudicarlo inutile, conciossiachè, messa da lato ogni altra avvertenza il Pelliccioni, sotto nome di Venanzio Tombesi, da parecchio tempo fosse stato condannato, onde chiarita la medesimezza della persona non restava che legargli il capestro alla gola. — Più lunga disamina ebbero intorno alla pubblicità del supplizio; a Sisto arrideva la idea di rizzare una dozzina di forche tutte in un picchio; meno avventato il Cardinale di San Marcello considerava come la plebe si appassioni mirabilmente pei condannati; massime se persone di conto, e giovani, e belli come appunto il Pelliccioni; onde per poco loro importi, il popolo li prosegua di rammarichío e di lagrime: nella sua storta immaginativa gli estremi toccandosi, egli, sovente più che non convenisse, i banditi tramutava in santi. Ogni condannato, quando ne ha voglia, allunga la scala della forca, e la muta in quella di Giacobbe, che tocca il paradiso; bene intesi però dopo avere servito a lui, al boia e al cappuccino. Il Cardinale di San Pancrazio rincalzava notando, che con la pubblicità del supplizio si sarebbe messo troppo campo a rumore con iscapito della riputazione di famiglie illustri pur troppo avviluppate in cotesto infelicissimo caso, ed il fiorentino arguto a molte più cose accennava tacendo, che non ne avesse avvertito parlando; sicchè il Cardinale di Montalto, presa la mosca a volo, insisteva nel partito proposto dai suoi colleghi, però che dopo la poca prudenza da lui mostrata di ricevere in grazia il Pelliccioni, e i carichi gravi di punto in bianco affidatigli, gli sembrava che quanto meno se ne parlasse, più si guadagnerebbe. Egli accusava sè, ma di straforo veniva a trafiggere anco il Papa, il quale finse non accorgersene; e guai a cui, se non fosse stato nipote, avesse ardito favellare a quel modo: nondimanco le considerazioni del cardinale Alessandro lo percossero, e subitaneo com'era a decidersi, disse, che ventilato il pro e il contro, le savie avvertenze del Cardinal di San Pancrazio davano il tratto alla bilancia: però il cavaliere Pelliccioni, e i suoi complici, nelle carceri di Tordinona si strangolassero, e ciò in quella medesima notte da mastro Gigolo venne puntualmente eseguito.