— Al corpo di Dio! urlò Sisto V trasformandosi in belva inferocita, pur troppo; finchè piaggiando la Spagna nimicava la Francia, tutti mi porgevano la mano a snidare questa infamia di banditi, onta dei governi, e gravezza dei popoli; adesso che, considerando io come se la Francia non viene in Italia a bilanciare la Spagna, di qui a tre anni anco lo Spirito Santo è forza che diventi a marcio dispetto spagnuolo, m'industrio tenermi bene edificato Enrico di Borbone, il quale, sebbene francese, e per giunta nato in Guascogna, mi pare marmo da scolpirci un re, ecco tutti mi danno addosso, i vecchi banditi mi aizzano contro, altri ne aggiungono, gli forniscono di armi e di danari: da ogni castello piovono vittovaglie nelle caverne, anzi le nobili donne con le gentilesche mani non aborrono apprestar loro manicaretti, e pasticci[5]. Che se questo fastidio mi capitasse per la parte del Re cattolico, e dei suoi vicerè, che Dio tutti sprofondi giù nello inferno, sarebbe ostico ma non insopportabile; ora poi quelli che mi fanno più guerra sono principi italiani, sangue latino, che, dopo avere dominato tutto il mondo, adesso mutare servitù reputano signoria. Sì, viva Dio, sì gl'italiani principi non hanno core che loro basti ad altro, che ad ammazzarsi per mutare padrone: asini, ai quali, quando invece di barili si sentono carichi di corbelli, e' sembra essere diventati Cesari, che salgono il Campidoglio.
— Io chiedo umilmente perdono, ma mi sembra che i principi italiani si affrettino ad operare quello che dopo molte ambagi si troverà costretta a fare anco la Chiesa; il partito dei principi forse procurerà loro un amico, quello della Chiesa le frutterà certo due nemici. Per durare non bisognerebbe assottigliarsi il cerebro a fine di vivere fra la incudine e il martello, bensì rafforzare le mani e liberarsi da ambedue.
— Ah! pur troppo, ma come posso io tanto, se uno sciagurato, un prete ardisce chiamarsi Re della Campagna, e mandarmi a sfidare fin nel Campidoglio? Ora non sono anni un perfido ladrone chiamato Venanzio Tombesi... avete mai sentito parlare del Tombesi?
— Sì, Santità, al mio ritorno in patria qualche cosa ne ho sentito parlare.
— Costui mi riferirono essere giovane, e manieroso; aggiungevano falso il nome, e senz'altro sotto quello nascondersi qualche lontano germoglio dei Metelli, e degli Scipioni, a cui par bello da padri eroi discendere banditi; procurammo che non crescesse la vipera, e Dio aiutando, vi riuscimmo; egli ci concesse la grazia di farci toccare con queste mani quel capo scellerato mozzo dal busto, che esponemmo a terrore del popolo.
— Vostra Santità toccò proprio con le sue benedette mani il capo mozzo del bandito Tombesi?
— Certo, e con la devozione stessa con la quale tocco le reliquie dei santi Pietro e Paolo; nè vi paia grave, imperciocchè i principi non possano provvedere alla prosperità dei popoli soggetti, senonchè in due modi: o procurando il bene, od estirpando il male; ora atteso le scarse facoltà nostre, e la molta malizia degli uomini, riesce, a noi che regniamo, più agevole torre via il male, che operare il bene.
— E se non è temeraria la domanda, chi fu l'avventurato che portò a Vostra Santità la testa del Tombasi?
— Tombesi non Tombasi; e' fu una perla di Bargello, giovane anch'egli, di buona famiglia, di buoni studi, e credo fosse stato in seminario; pieno di timore di Dio, e di noi. — Il dabbene giovane si era preso lo impegno di portarci anco quella di prete Guercino, e invece.... invece questo scomunicato ... questo maledetto da Dio ci ha mandato la sua.
— Di quale?