Nè io porrò fine a questa storia se prima non vi abbia dato contezza del misero Marchese di Ayerba: costui da parecchio tempo sembrava caduto in demenza; susurra spesso parole senza costrutto; diventato infingardo la più parte del dì logora a letto; suo principale, o piuttosto unico studio quello di chiappare mosche a volo, e scapezzatele co' denti mirarle andar via senza testa. Quando la nuova del miserabile caso avvenuto alla Violante arrivò a Napoli, e ne rimase ragguagliato il popolo, i servi di casa Ayerba o perchè ne sentissero affanno, o piuttosto, come credo, per alleviare la noia, di frequente ne ragionavano fra loro. Adesso accadde, che alcuni di essi vigilando il Marchese, nè di lui prendendosi sospetto come quello, che riputavano affatto imbecille, cadessero a favellare della successa immanità. Se la sicurezza loro non era, e avessero posto mente al Marchese, si sarieno rimasti, imperciocchè udito ch'egli ebbe profferire il nome della sua figliuola si tramutò visibilmente in faccia, ed appuntò le orecchie per non perdere verbo. Raccolta la notizia dolorosa, la pazzia del Marchese, a guisa di fuoco sbraciato, di malinconica ridivenne furente, ignudo saltò fuori dal letto, ed, abbrancato un candeliere, ed agitandole come se fosse un coltello, fece le viste di precipitare giù dalle scale. Con urli salvatici gridava:
— Dove sei traditore? Rendimi la mia figliuola... Violante... Oh! la mia figliuola... nessuno mi tenga... io vo' cavargli il cuore. —
A stento lo ricondussero a letto senza perderlo di occhio un momento, e da quel dì in poi per vicenda singolarissima la pazzia tornata furiosa gli concedeva lucidi intervalli; sicchè ora con abbastanza discorso ragionava, e poi di punto in bianco da seduto si metteva bocconi sul letto; in cotesto atto aggrappa un guanciale come se fosse un uomo ed ei lo grancisse pel collo; seco lui si dibatte, finchè all'ultimo se lo caccia sotto, con le ginocchia lo pesta, lo straccia a morsi, e con la destra che ei si finge armata di stile lo ficca, e lo rificca tanto che rifinito si lascia ire in bagno di sudore. Durante certo lucido intervallo mandò per un maestro dei buoni, e gli commise una figura a mo' dei modelli di cui si servono i pittori e gli scultori, così vivo e preciso glielo descrisse, che dopo non poche mende, potè raffigurargli parlante la sembianza del Pelliccioni; nulla fu omesso perchè l'inganno paresse realtà, nè gli occhi di vetro, nè la pelle dipinta, nè i capelli naturali, ed i peli; il medesimo si dica per ogni altra parte dello abbigliamento; ordinò eziandio per quanto o temessero il suo sdegno, o stimassero la sua grazia gli procurassero un pugnale, ed anco questo egli potè avere, bensì spuntato, e senza taglio. A questa guisa venuto in possesso del simulacro e del coltello parve contento; quantunque durante il giorno si mostrasse torbido, tuttavia non ruppe in ismanie, e parve voler passare la notte tranquilla, perchè appena coricato prese sonno, ma non andò guari che un tremito fitto gli si mise per le membra, poi si agitò convulso dibattendosi co' nervi tesi, e sbadigliando forte da fendersi la bocca: di repente salta fuori dalle coltri, co' capelli ritti, e gli occhi strabuzzati, in mano stringe il coltello, e traendo dolorosi guai si slancia sopra la immagine del Pelliccioni, l'acciuffa alla gola, l'atterra, e replicando l'usato costume con le ginocchia sul petto la pesta; col coltello la ferisce, co' morsi la straccia.
Allo improvviso fu visto, con paura dei famigli infinita rimanersi, con la mano armata di ferro in alto, immobili il capo, gli occhi, la bocca, tutta insomma la persona: gli furono attorno per levargli dalle mani il simulacro, e il pugnale, e riportarlo sul letto; e di ciò fu niente, imperciocchè provassero i suoi nervi rattratti più duri del ferro. Lo aveva percosso la trucissima delle infermità umane, la catalessia; non trovarono altro modo per istaccarlo di là che segare il modello sotto e sopra la mano manca con la quale ei lo teneva grancito, onde gli ebbe a rimanere un tronco di collo in mano; a quel modo aggranchiato lo misero su i materassi; dove, l'arte medica affaticandosi invano, dopo alcuni dì moriva d'inedia.
Questo è il fine della lamentevole storia di donna Violante d'Ayerba e del cavaliere Paolo Pelliccioni.
O voi, tra le mie care leggitrici, che non mi avete lasciato a mezzo del mio racconto doloroso,
e capriccio ed affanno,
Non che compassïon avete inteso,
se a caso mai vi pigliasse vaghezza di chiedermi: cui bonum, qual costrutto ci è egli da cavare dal vostro libro, Messere? Io ve lo dirò, perchè voi lo sapete, io sono tutto vostro, e non iscrivo lettera, la quale (almanco secondo la estimativa mia) non deva ridondare in grandissimo vostro benefizio. Ora lasciando da parte le altre utilità richiamo il vostro giudizio principalmente sopra di tre.