— Ve ne dispenso, ve ne dispenso.

— Spero, disse il Paoli, che vi garberà sapere come in tutta la Corsica non si trovò chi accettasse il mestiere del boia, e convenisse pigliarlo fuori: in effetto egli è siciliano.

— Pregiudizii! riprese il Massesi, il boia dovrebbe tenersi in pregio quanto ogni altro magistrato: per me più ci penso e meno raccapezzo la ragione dell'odio che gli porta la gente. Sarebbe forse perchè uccide gli uomini per premio? Ma i giudici non tirano anch'essi salario? Essi infornano il pane, egli lo cuoce. Prima che il suo capestro strozzi il colpevole il magistrato lo ha ucciso con la penna. Che giudizio è questo pigliarsela col sasso, e non con la mano che lo ha tirato? Anzi se il giudice fa bene, il boia opera meglio; se quegli fa male, questi non ne ha colpa, essendo uno strumento cieco. Se poi si aborre perchè ammazza persone che non gli nocquero mai, e a cristiani, e inabili a difendersi, i soldati che pure reputiamo onoratissimi non fanno lo stesso? Nè mi si opponga, che questi ammazzano i nemici della patria, perchè nelle guerre civili da una parte e dall'altra si stimano tali; e il boia leva dal mondo per ordinario facinorosi che sono il flagello dell'umanità: e nè anco i soldati uccidono sempre gente che loro contrastino con le armi alla mano; per lo contrario senza scapito di onore godono il privilegio di farsi la festa in famiglia. Potrei aggiungere altre cose, ma queste paionmi sufficienti ad affermare, che negli Stati civili si avrebbe ad assegnare al boia il posto tra i più cospicui magistrati.

— Negli stati civili io spero che non occorreranno carnefici, nè giudici che condannino a morte; ma voi, signor Paoli, come non vi studiaste con le arti e con le lettere ingentilire i costumi di questi isolani?

— Padre Mariani, sta a voi rispondere.

— Ed io lo farò, generale, se non con dottrina, certo con piena convinzione. Distinguo tra arti e lettere; queste, spirituali essendo, quanto più si perfezionano e allargano tanto meglio sublimano lo spirito; quelle versandosi sopra cose fisiche io non dirò che lo disamorino dalle spirituali, bensì lo affezionano oltre il giusto alle materiali: e questa è la prima ragione per cui io le ho per sospette. Le arti quando crescono, se non hanno bisogno dei vizii per alimentarsi, per lo meno vivono di lusso e lo promuovono: ora il lusso sappiamo per esperienza essere stato il verme roditore degli Stati più potenti: e questo allego per seconda ragione di curarle poco. La perfezione delle arti segna il principio della decadenza dei popoli e il fine della loro virtù; in Italia ne porgono testimonianza i secoli di Augusto, di Lorenzo dei Medici, di Leone decimo; in Grecia il secolo di Pericle; in Francia quello di Luigi XIV; degli antichissimi, io taccio. I popoli o perfetti nella civiltà come pretendono alcuni, o corrotti dalle morbidezze come sostengo io, diventano sempre conquista dei barbari: e questa è la terza ragione che mi allontana dal culto delle arti. Non nego, che troppo più spesso che non si vorrebbe le lettere apparirono vili, corrompitrici, e venali e ribalde; ma noto, che a ciò non le spinge necessità, bensì la malattia, da cui non vanno esenti in questo mondo le cose più sane; mentre le arti si trovano condotte per bisogno di vita a piaggiare i ghiribizzi dei potenti, e a soddisfarne le voglie. Per secolo non breve la religione sostenne le arti, ed in quel tempo a mantenerle in fiore contribuì eziandio il culto degli uomini grandi: e questa fu per loro la bella stagione; ma anche in tale periodo per lavorare fecondarono con offesa della religione la superstizione, e furono complici a propagarla nelle menti dei mortali; e per una statua di Socrate ne scolpirono trecento a Demetrio Falereo. Le lettere nocquero alla umanità, ma con la medesima agevolezza ripararono l'errore; un esempio mi valga a chiarire il mio concetto. Plinio racconta che Teodoro gettò la statua di Nerone alta 110 piedi, e che un pittore gli dipinse il ritratto dell'altezza di 120 piedi; immaginiamo che lo scultore e il pittore, vergognando delle opere loro intendessero per ammenda fondere il simulacro di Cristo, o dipingere la immagine di Bruto con la dimensione della statua e del ritratto di Nerone, lo potrieno essi? Non lo potrebbero, per lo più scarsi come sono di facoltà. — Dove all'opposto se un letterato inciampa, di lieve si raddrizza, e con un quinterno di carta, un po' d'inchiostro ed una penna, può edificare eterno monumento al suo nome. — Forse sarà che le arti splendano l'ultimo raggio di un popolo, e se così è, io come vedete ho buoni motivi per desiderare che venga tardi, e per ammonire che, venuto, gli si tenga l'occhio addosso perchè non faccia guasto. D'altronde sarebbe strano che ad un popolo inetto a cucire scarpe e giubboni avesse a insegnare dipingere quadri: par quanto poi appartiene a lettere, i Côrsi abbisognano piuttosto di freno, che di sprone, chè gli stessi Francesi, parchi lodatori altrui, confessano questa propensione dei nostri ad ogni maniera di letteratura: nè ciò era sfuggito agli antichi, avendo, fra gli altri il Grevio, nel suo Tesoro delle antichità, dichiarato come — sub lingua Corsi... cum lacte et mele habent aculeum, ideoque foro nati sunt[27]. — Ciò sia detto quanto ad eloquenza; rispetto alla poesia voi non troverete pastore che non legga i nostri sommi poeti, massime il Tasso, e se vi affermassi che in capo all'anno si vendono più volumi della Gerusalemme liberata che lunari, voi non potreste appuntarmi di menzogna. Pressochè tutti qui improvvisano versi, e le donne altresì, anzi più degli altri le donne, e vi so dire che tremenda cosa sono i loro voceri sopra i corpi dei congiunti ammazzati. Ma posti da parte i naturali talenti del popolo, auspice il nostro generale, per coltivarli in regola abbiamo fondato una università.

— Università? Il signor Bournaby mi consegnò una cassa di libri da offerire in dono alla scuola di Corte, però di università non mi tenne parola.

— La scuola è diventata Università; poca cosa invero, pure bastevole per ora, e coll'aiuto di Dio crescerà. I professori tutti frati; io indegnamente la reggo, ed insegno istituto civile, e canonico, etica, e diritto di natura e delle genti. Padre Leonardo da Campoloro, che mi siede accanto, minore osservante come me, espone filosofia e matematica; i cappuccini Angelo da Venaco e Giambattista da Brando leggono il primo teologia morale, il secondo rettorica; l'instancabile nostro padre Bonfigliolo Guelfucci servita, che vi sta rimpetto, segretario del generale, ammaestra gli scolari nella teologia dommatica e nella storia ecclesiastica; e come fosse poco, trova tempo di dettare storie; e mantenere corrispondenze coll'Accademia della Crusca di cui è socio. Viviamo insieme, e con esso noi venti scolari educati e nudriti per l'amore di Dio, oltre i figliuoli dei morti per la patria. La istruzione costa nulla, e fu provveduto affinchè gli altri scolari trovassero in Corte vitto ed alloggio con piccolissima spesa; di più sappiate che nè anche allo Stato l'Università costa. Noi, memori del detto del Vangelo gratis accepistis, gratis date distribuiamo altrui senza guadagno il sapere che ricevemmo senza spesa; agli altri bisogni vien supplito così: ogni pievano contribuisce con lire 18 all'anno, ogni curato 9, i canonici 6 a testa: ancora noi abbiamo molte confraternite nell'isola, le quali, quante volte muore un fratello, danno lire 20 in denaro o in candele per onorare il mortorio, onde dicemmo loro: Fratelli, sta bene la luce ai morti, ma sta meglio ai vivi; figurate avere un morto di più per anno fra voi, e date venti lire per ognuna alla Università; e come le supplicammo fecero. Nati dal popolo, stiamo con lui; quanto possediamo gli diamo così di sostanza come d'insegnamenti e di sangue, però se egli ci chiama padri, e noi figliuolo, questi non escono suoni vani dalle nostre labbra. Siamo una stessa famiglia deliberata a vivere o a morire nello amore di Dio e della libertà.

— Bene, signor minore osservante, bene, superlativamente bene, e vi so dire che se in Inghilterra i frati avessero rassomigliato voi e i vostri degni compagni, ella a questa ora si manterrebbe sempre cattolica.

— Ed ora del governo vi ragguaglierò io, prese a favellare il Paoli; quando la consulta di santo Antonio della Casabianca nel 1755 mi elesse a reggere la Corsica, volle conferirmi assoluta potestà, la quale ostinatamente rifiutai, imperciocchè sebbene io non mi sentissi legno da tagliarci il tiranno, pure mi parve che meritasse più lode di prudenza chi si astiene dal pericolo, che di costanza chi ci resiste, e la occasione, voi lo sapete, fa l'uomo ladro: istituii pertanto senza indugio un consiglio supremo di nove uomini animosi e savi, i quali governassero meco standomi al fianco tre per volta ogni quattro mesi; questi fanno l'ufficio che presso a poco esercitano da voi i ministri della corona; io presiedo a vita il consiglio, ed ho la condotta delle armi; questo mio potere come eccessivo, ha da mutare: in parte è più, in parte è meno di un re inglese; forse si rassomiglia meglio allo statolderato di Olanda. Poteva come Mosè, Licurgo, Romolo ed altri parecchi, dettare solo le leggi; non volli, sembrandomi che il popolo partecipando alla composizione di quelle le avrebbe amate e rispettate di più: ancora, il dispotismo rinfaccia al popolo la sua inettezza: ipocrisia! imperciocchè se tieni sempre il fanciullo stretto in fascie, come imparerà a camminare? Ora veruna scuola di libertà supera il pubblico dibattimento su le faccende della patria. Il principe vero della Corsica è la consulta: da tempo antico costumavano i padri nostri assembrarsi in congressi cui appellavano Vedute, per lo più nella valle di Morosaglia; andate in disuso con la tirannide, rinacquero con la libertà. Così si compongono oggi; ogni villa elegge un procuratore di comune, e gli confida il mandato per mano di notaro; finchè sta fuori di casa il comune del paese lo paga a ragione di una lira al giorno; anche qui va emendato, dacchè in taluna villa la popolazione non arriva a 40 persone, in altre supera le 400. Prima eleggeva tutto il popolo e da sè senza che se ne mescolasse il governo, ma riuscendo le elezioni scompigliate sempre, e le più volte inani, fu provvisto così: il podestà e il padre del comune proporrebbero i cittadini da eleggersi a procuratori; quali dove non uscissero eletti, toccherebbe ai padri di famiglia designarli; e se nè anche questi restassero approvati, cotesta villa o comune per quell'anno perderebbe il dritto di mandare procuratore: resta eletto chi raccoglie più voti, che devono superare la metà degli elettori. Nè questi soli compongono la consulta, chè in prima c'intervengono tutti i consiglieri supremi usciti in carica, poi i figli dei morti per la patria, per ultimo i procuratori dei magistrati provinciali di cui vi chiarirò fra poco. La consulta convocata da me si riunisce ordinariamente una volta l'anno in Corte; occorrendo più, volte, e in altri paesi; appena adunata essa nomina due procuratori comunali, ed uno dei magistrati di provincia: i tre eleggono il presidente, e l'oratore dell'assemblea; il primo presenta le leggi a nome del governo, il secondo a nome del popolo; mandate a partito, una volta si vincevano con due terzi di voti, ora ne bastano la metà; la legge del governo appena vinta si eseguisce, quella del popolo può restare impedita dal governo, ed allora fino alla consulta dell'anno seguente non può riproporsi. Vi parrà questo eccessivo, ed è; ma io desidero il popolo libero affinchè meco concorra e mi aiuti a fabbricare la sua libertà; ma procurai che, poco esperto e facile a rimanere carrucolato, non avesse le braccia libere di scombussolarmi di una mala legge ogni cosa; io e gli amici miei come il profeta Eliseo stiamo distesi su questo popolo per infondergli la libertà col nostro alito; questo vogliamo, questo faremo, ma oltre questo ministero di vita, ecci forza armare la mano di spada per dare in testa a chiunque con violenza e con frode si argomenta ricondurre la Corsica in ischiavitù. Oltre discutere o votare le leggi, la consulta elegge i magistrati provinciali e i sindacatori; però nella nomina dei primi pigliano parte unicamente i procuratori delle provincie, nella nomina dei secondi tutti. Sono i magistrati provinciali composti di un presidente, due consultatori, un auditore, un cancelliere; si rinnovano ogni anno; lo stipendio scarso, sono nudriti dal pubblico; sta agli ordini una guardia pagata: questi sono dieci, quante le province nelle quali si scompartisce l'isola: 6 cismontane e 4 oltramontane; giudicano le cause civili di qualunque importanza oltre le lire 30, e criminali; le sentenze di morte e di esilio non si eseguiscono se il supremo consiglio non le approva. I sindacatori dicono istituisse Carlo Magno; certo è che la Repubblica Genovese li ebbe: ufficio loro raccogliere le lagnanze del popolo, inquisire i magistrati, non escluso il capo supremo dello Stato, conoscere le colpe e ripararle o punirle. Qualche volta mi elessero sindaco, non sempre, diverso in ciò da Andrea Doria che si fece nominare dal sindacato a vita, onde fra per questa autorità esorbitante, e per conservare forze proprie capaci da opprimere chiunque lo contrariasse, che razza di libertà intendesse egli donare alla sua patria a me non riuscì mai di comprendere. Dimenticava dirvi, che mentre dura il dibattimento, e il voto delle leggi, il generale e supremo consiglio hanno da uscire dalla sala della consulta.