— Ma voi chi siete? Forse?....
— Io sono il padre di Giovan Brando.
Così è; questo misero nelle vigili notti, fra la solitudine della casa aveva sentito rimorso per la durezza dimostrata al suo figliolo; pensò come gli avesse armato la mano non l'odio, bensì l'amore, e ciò se non poteva fruttargli scusa alcuna al cospetto del mondo, almeno il padre doveva sentirne un po' di compassione: ancora la superbia del nome intemerato, l'affetto immenso di Patria vediamo formare in parecchi una seconda natura che ad ora ora soffoca la vera natura; ma questa quando te lo attendi meno manda dal profondo un grido che il cuore dell'uomo è costretto ad ascoltare; però il padre di Brando obbedendo a questo grido nel buio della notte, prosteso sopra il monticello senza croce e senza nome che copriva le reliquie del suo figliuolo, gemeva e pregava. Dopo avere aspettato un pezzo che Serena gli rispondesse, non udendo parola, il vecchio riprese: — dunque voi non avete nulla a dire al desolato Matteo?
— Che dovrei dirvi? Voi avete data la vita a colui che la levò al padre mio.
— E ne siete stata vendicata pur troppo!
— Che fa a me la vendetta? Forse mi rende il padre?
— Pure la desideravate coll'ardore del cane che perseguita il cervo. E non sapevate, che la vendetta dà meno di quello che promette, anzi non dà nulla o male? Io lo appresi da molto tempo: voi lo apprendete adesso: fatene senno, figliuola mia, e perdonate.
— Io? Al padre di chi mi ha ammazzato il padre?
— Perdona il padre di cui fu impiccato l'unico figliuolo: — considera; tuo padre fu onorato e compianto, il mio figliuolo portarono al sepolcro senza lume e senza croce: veruno lo rammenta senza ribrezzo; il padre stesso lo condannò.
— Io non vi odio, Matteo; ma la memoria del vostro figliuolo mi sarà sempre argomento di maledizione.