— E questa è proprio la vostra fede, Clemente?

— Per Dio Santo da quando in qua altri può dubitare che Clemente Paoli una cosa ne dica e un'altra ne pensi?

— Non vi arrabbiate, Clemente, mi aspettavo altro consiglio da voi.

— In primis chiedo perdono a voi dell'impazienza e a Dio di avere rammentato il suo santo nome invano; poi vi domando quale consiglio aspettavate da me.

— Ma! immaginava m'aveste suggerito a lasciare il mio a qualche convento per la celebrazione di messe quotidiane in suffragio dell'anima del mio figliuolo e della mia.

— Avete immaginato male, anzi malissimo; e vi confermo che adoperando il vostro patrimonio alla difesa della Patria voi provvederete meglio ai casi vostri, e a quelli del defunto, che con le messe; quantunque, intendiamoci bene, che voi non mi pigliaste per qualche eretico, anch'esse siano utilissime e santissime. Ma, badate bene, non ci ha cosa che guasti tanto gli ordini religiosi quanto di simile maniera lasciti che furono loro fatti o fanno: adesso noi proviamo preti e frati, se non perfetti buoni, della Patria e della libertà zelatori sviscerati, e ciò perchè essendo poveri si trovano costretti a stare col popolo, a vivere con quello che il povero loro largisce, ad essere carne della sua carne ed ossa delle sua ossa: affinchè si facciano amare bisogna che lo amino, con lui piangano, delle sue gioie si rallegrino, padri insomma si mantengano e fratelli, o se altro ci ha vincolo più forte e soave di questi lo cerchino e lo adoperino: allora saranno, come i nostri sono, veri medici dell'anima. Anche san Giovanni Grisostomo lo ha detto: finchè la chiesa usò calici di legno, i sacerdoti si conservarono d'oro; all'opposto se diventassero ricchi voi li fareste superbi, dacchè la superbia sia la ruggine del benefizio nè qui cadrebbe il peggio: da prima metterebbero ori, marmi fini e gemme nella casa di quel Dio che nacque nel presepio e morì in croce; e dopo averla fatta teatro, le cerimonie auguste convertirebbero in rappresentanze da scena; canterini ormai, e istrioni, non più sacerdoti. Il lusso in chiesa mena la morbidezza in convento, e i vizii in cella. Se questo avvenga, guai! Il mondo non conoscerà nemico a gran pezza più pericoloso del frate; difficile pigliarlo in fallo, perchè la ipocrisia da mattina a sera gli fabbrica una corazza delle virtù di quei santi che invoca sempre e non imita mai; con le parole rinfaccia altrui il peccato che intende esercitare solo, come se lo avesse in appalto con patente regia, e le opere palesi le adopera per coonestare le occulte a mo' del pastrano che il ladro si tira su la faccia per non essere riconosciuto, impossibile percoterlo, dacchè niente niente che tema si rifugia dietro la croce, e quivi canta salmi; onde tu non puoi vibrare il colpo per paura di mettere in pezzi la croce, e ai semplici sembra empio rompere le ossa al cane che abbaia in suono del Tantum ergo; celatamente corrompe; la codardia battezza per carità, saluta gli uomini fratelli, affinchè senza rimorso quelli siano tiranni, senza ribrezzo questi durino servi, ed ammannisce impunità e leva infamia al tradimento; diventato ignorante odia ogni lume di scienza, che spento un giorno egli riaccese; — e così viziato, ignorante, imbelle e schiavo diserterà il popolo per arrolarsi al soldo del re il quale metterà il frate in mazzo allo sbirro, alle manette, al giudice, al boia e agli altri arnesi di governo. Però voi, Matteo, non renderete questo cattivo servizio alla Patria; deponete il vostro disegno perchè davvero e' sarebbe come se alla Corsica voi voleste dare il male per medicina. — Matteo Brando si attenne al consiglio di Clemente Paoli, istituendo erede delle sue sostanze la patria, con l'obbligo però di fare in capo all'anno celebrare non so che messe in suffragio dell'anima del figliuolo e della sua. Indi a breve scomparve, nè s'intese più oltre favellare di lui; dicono si riducesse a menar vita romita in Olmetta di Capo Côrso: la verità è che in codesta pieve su di un poggio vediamo anco ai dì nostri una torre, mezzo rovinata, che i terrazzani chiamano la torre dell'Eremita.

Alando e Serena tennero un pezzo dietro ai signori Clemente e Matteo, ma considerando come, impegnati nel discorso, a loro non ponessero mente, piegarono ad una svolta per guadagnare le proprie case. Tacevano, e nondimanco sentivano che un medesimo pensiero occupava lo spirito di ambedue; un poeta avrebbe detto che le colombe di Venere sentono a quel modo il giogo stesso che le allaccia al carro della Dea, e non l'odiano. Sempre in silenzio arrivarono a casa della Serena, e lì si dissero: buona notte, un cotal poco alla trista; e si volsero le spalle turbati, ma Serena troppo più di Altobello, e con maggiore ragione; infatti ella pensava: a lui spettava parlare; anche quando mi sentissi scoppiare il cuore, la verecondia insegna così, e sta bene lasciarci vincere, ma nessuno ci ha da pestare peggio che schiave. Altobello dal canto suo ragionava alla medesima guisa; pure ella avrebbe dovuto dargli un cenno, alla lontana se vuoi, pure tale che lo animasse, perchè, signore Dio! se avesse sbagliato ei ne sarebbe morto di vergogna e di dolore. All'incontro, Serena, presaga di codesti pensieri opponeva: oh! non ci sono quei pericoli, ed egli doveva saperlo, non glieli ho dati io questi segni per quanto è permesso a fanciulla dabbene, e vie più là che il mio stato angoscioso non consentiva? Quante volte in chiesa piegai il capo, ed una volta fingendo sedermi lo voltai del tutto per ricercarlo con gli occhi, e trovatolo, cogli occhi gli sorrisi; certo due o tre volte mi aspettò davanti la porta sperando che lo guardassi, ed io non lo guardai; ma il rossore che mi avvampò la faccia doveva pure chiarirlo ch'io lo sentii. — Quel giorno ch'egli le porse l'acqua benedetta deve essersi accorto che la sua mano tremava come foglia di castagno al vento di dicembre, e l'altro quando ella entrò in casa Filippi, e allo improvviso le apparve dinanzi Altobello, non proruppe in un grido, che s'ingegnò giustificare dando ad intendere che aveva battuto il piede sopra la soglia? Ancora non si rammentava egli, che andando ella per la via, egli la salutò levandosi il cappello, ed ella che in cotesto punto teneva l'anima tutta compresa in lui sopra pensiero rispose: — Buon giorno, Altobello — come che ripigliandosi tosto aggiunse: sciò Alando? E tutto questo non basta? O da quando in qua le fanciulle hanno da palesare i dubbiosi desiri con lettere da appigionasi? Signore! per mantenersi così gabbiano valeva proprio il pregio che Altobello lasciata casa se ne fosse ito fin oltre a Venezia.

Qui taluna leggitrice (me lo sento piovere dietro le spalle) obietterà: ma voi dimenticate, signor Francesco, che lasciaste il giovane in istrada, e la giovane sul pianerottolo, mentre per fare tutti questi discorsi anche col pensiero ci vorrebbe tanto tempo quanto ne occorre per iscorrere almeno quattro miglia di strada. — No, signora: il pensiero degli innamorati, vostra signoria ha da sapere, va più veloce di Maometto quando viaggiò pei sette cieli; egli non conosce tempo nè spazio; in meno che palpebra non percota palpebra, trasvola non le diecine, ma le migliaia di idee; alza venti torri più alte di quella di Babele, scava altrettanti pozzi più profondi di quello di san Patrizio; fa, disfà e rifà da capo, s'incupisce, si eclissa, sfavilla più abbagliante di prima, piange, ride; mesce in un bicchiere veleno, poi lo butta al diavolo, lo risciacqua, lo riempie di vino di Chianti e se lo beve cantando; o introduce il capo al capestro o accosta il rasoio alla gola; indi a poco attacca la corda a due rami di albero e ci fa l'angiroccolo; col rasoio si rade la barba per apparire più bello; insomma la è una strana, ma strana potenza quella dell'amore, signora mia: e quando l'avrà provato, sono sicuro che ella mi darà ragione: capisco, ella mi ha contradetto perchè si mantiene sempre ingenua; non me ne sono mica arrecato, solo la prego a ricordarsi del proverbio: chi non prova non crede; — provi e poi ci riparleremo.

Pertanto affermo, che i pensieri da me ricordati con la compagnia di cento altri si affollarono allo spirito di Serena, prima che la sua mano (a vero dire lentamente) avesse fatto girare su gli arpioni la porta di casa un quarto di quadrante; onde Altobello, di subito voltatosi e chiamata Serena, fu a tempo a impedire che una imposta della porta s'incastrasse nell'altra come si stringono due labbra dopo che hanno detto: addio. Allora egli si allentò più oltre, e pose un piede su lo scalino, mentre lasciava l'altro sopra la strada; Serena rimase appoggiata con la spalla alla soglia dell'uscio. Così atteggiati non potevano durare gran pezza in silenzio, ed in vero non ci durarono, chè Altobello continuò:

— Signora Serena, mi parrebbe... crederei che non istesse bene che vi rimaneste in casa a questo modo sola... voglio dire senza sufficiente difesa...