Se mai visse popolo al mondo il quale meritasse che uomo mettesse a repentaglio anima e corpo per lui, veramente fu il côrso di un secolo fa. In effetto il maestro di campo Grandmaison, rompendo contra la religione dei patti la tregua, aveva occupati Patrimonio e Barbaggio, che sono in certo modo le porte del Capocorso; e con essi tutta questa provincia; dall'altra parte il marchese di Arcambal ridusse a devozione pressochè intera la Casinca; il marchese Chauvelin sostenuto dal conte Marbeuf partendo da S. Fiorenzo si era spinto fin sopra Murato, ed espugnatolo, pareva che volesse pigliare Corte come dentro una rete. Sopra i teatri fa maraviglia non piccola lo ingegno dei macchinisti i quali così presto sanno mutare le scene che l'occhio appena se ne avvede, e non pertanto anco più veloce operavasi il cambiamento delle fortune della guerra appena si mossero le compagnie côrse al comando del Paoli. Dappertutto i Francesi tentarono resistere, ed anche in parecchi luoghi con molta costanza, ma non valse, che si sentivano portati via a modo di foglie dal libeccio.

Decio Cottoni, in compagnia del capitano Guiducci, si avventa nel Nebbio, e sgombrati davanti a sè i Francesi ripiglia Murato, impadronendosi di armi, di provvisioni e di non pochi prigionieri tra ufficiali e soldati.

Di breve Giocante Grimaldi, Francesco Gafforio e il dottore Acquaviva sboccando con le loro genti, e fatta massa con quelle del Cottoni e del Guiducci, corrono contro il Grandmaison accesi nel desiderio di fargli scontare la tregua tradita. Il Grandmaison da una parte non si sentendo capace di resistere a tanta furia, e dall'altra fatto per avventura meno animoso dal sentimento del grosso debito che presto gli avrebbero fatto pagare, non istette ad aspettarli, lasciando per la precipitosa fuga in Oletta tende, bagagli e due cannoni.

In Casinca, dove aveva fatta maggiore impressione il nemico, convennero Clemente Paoli, Antongiulio Serpentini, Nicodemo Pasqualini, Domenico Buttafuoco; raccolti a Tavagna deliberarono le difese estreme, e già si ammannivano a metterle in atto, quando sopraggiunse un Taddei di Pero spaventato in vista, il quale schiamazzando affermava la resistenza vana, ogni cosa perduta, doversi rifuggire tutti a Campoloro. Clemente che conosceva l'uomo capace di fare di ogni lana un peso gli voltò la faccia verso mezzogiorno, e datogli una spinta nelle spalle gridò: scappa presto a Campoloro prima che t'agguanti qualche palla di mio — e costui che era corrotto dalla pecunia francese non se lo lasciò dire due volte. Allora accadde una guerra arrabbiata, alla rinfusa, con vicenda di sconfitte e di vittorie; per ultimo la fortuna arrise ai Côrsi: il Serpentini andò a Orezza e la riprese; il capitano Colle vinse a Vignale. Clemente Paoli con gli altri di prima colta riscattò Sant'Antonio; donde scorrendo il paese gli venne fatto penetrare in Vescovato, e comecchè la terra si fosse mostrata parziale ai Francesi, in quale maniera incominciassero a conciarla non è da dire; sopratutto la rabbia dei Côrsi si avventò contro le case di Matteo Buttafuoco traditore, a sovvertire le quali adoperarono ferro e fuoco; ma i Francesi si rannodarono, cacciarono i Côrsi, e giunsero a spegnere le fiamme; i Côrsi per altra parte fermi a sgararla, ripigliata lena, tornarono: dopo lungo accapigliamento, dove i coltelli giuocarono più dei moschetti, riaccesero l'incendio, nè si ristarono finchè videro pietra su pietra.

Matteo Buttafuoco, per comune consenso dei Côrsi, Napoleone Buonaparte compreso, viene reputato traditore. Ai giorni nostri il suo figliuolo Antonio Semideo, togliendo occasione dal libro dettato dall'abate Giammarchi intorno alla vita di Pasquale Paoli, si è sbracciato a purgare la memoria del padre: meritano reverenza la pietà filiale, e compassione i tempi durante i quali siffatta difesa può farsi e accettarsi. Matteo Buttafuoco tradì perchè oratore presso al duca di Choiseul per la Corsica, vinto dalla ingordigia del premio, si mutò in promotore della dominazione francese in Corsica; di ciò lo incolpano le parole, molto più le opere; nè si nega, ma il suo figliuolo sostiene come questo non si chiami tradire, bensì amare la Patria, imperciocchè i Côrsi non potessero sostenersi contro le forze della Francia; matta impresa ed esosa, piacendo ai Côrsi assoggettarsi alle leggi di quella; ed a ragione, chè per questa via essi arrivarono a tal grado di prosperità e di gloria, che in altro modo sarebbe stato follia sperare. — A ciò si risponde, che affermare i Côrsi volonterosi della dominazione francese dopo novanta anni di conquista non è onesto; d'altronde la storia lo bugiarda, perchè il Paoli non governava tiranno, bensì col voto delle Consulte liberissimo, e quando ogni altro testimonio mancasse durano i campi, le pendici e i fiumi consacrati da tanto sangue cittadino nelle disperate lotte contro la oppressione. In quanto a prosperità e gloria quello che non potrebbe un côrso diremo alla recisa noi: se la fortuna della Corsica avesse prevalso, oggi ella possederebbe meno accattoni e più lavoratori, meno cavalieri e più contadini; non avrebbe quello che si costuma chiamare civiltà alla francese, la quale le casca di dosso come veste non sua, bensì propria; non presenterebbe adesso un mostro non francese nè italiano, bensì paese sano e gagliardo di sangue naturale; e per dire tutto in poco, non servirebbe di pollaio alla Francia donde cava marinai per le sue navi, soldati per i suoi eserciti, sbirri per i suoi bargelli... per rimandarli poi (quando ce gli rimanda) stroppi di corpo, o, quello ch'è peggio, nabissati nell'anima, a rosicchiare un tozzo di pane, spesso, ah! troppo spesso impastato d'infamia e di rimorso. Questo non affermiamo di tutti, che non sarebbe giusto, ma di molti, ed è vero. — Ancora si può domandare come mai Matteo Buttafuoco, se credeva la opinione sua partecipa dai più, s'industriasse a tutt'uomo di procurarle fautori per via di corruzioni inique, e di peggiori scandali? Perchè la Francia gli compartiva il titolo di Conte, e gli donava lo stagno di Chiurlino? E perchè il figliuolo imprendendo la difesa del padre ostenta questo titolo il quale sarebbe stato senno nascondere come uno sfregio sulla faccia? Questo, in buon latino, significa negare il paiuolo in capo. Ma queste parole bastano, anzi a taluno parranno anco troppe; però importa chiarire come la stirpe dei Buttafuoco, se ebbe macchia dal tradimento di Matteo, lei resero veneranda nella memoria dei posteri Giambattista che vendè massima parte del paterno retaggio per sovvenire ai bisogni della Patria, e per ultimo le diede anco la vita; Domenico, che con le proprie mani contribuì a rovinare le case del parente fellone, ed altri parecchi che sarebbe soverchio rammentare.

Più grave zuffa avvenne a Loreto, dove i Francesi assaliti da quattro parti sostennero per sette ore furiosissimi assalti; ormai disperati dal vincere tentennavano tra il rendersi, ovvero aprirsi colla spada la via, quando con inestimabile maraviglia videro i Côrsi fuggire per la campagna; non sapevano a che ascrivere il caso; però decisero valersi della buona fortuna e rafforzarsi per durare con esito migliore; ma presto appassirono coteste speranze dacchè i Côrsi non fossero mica fuggiti, bensì andati a provvedersi di nuova polvere, avendo logorata la prima, in certe macchie dove l'avevano nascosta; allora dolse ai Francesi non avere colta l'occasione, e non gli sovvenendo migliore partito tornarono a volersi ritirare combattendo; dicono che sommassero a 150 quando uscirono da Loreto. I Côrsi dietro ai fianchi a mo' di canatteria sguinzagliata; certo come il cervo i Francesi, di tratto in tratto voltata la faccia, qualcheduno sventravano, ma subito dopo bisognava fuggire, e sempre in peggio arnese di prima. Stracchi e trafelati arrivarono circa mille al fiume Golo gonfio per pioggie recenti; nè questo gli annoiava, anzi se ne confortavano, imperciocchè non si sentendo perseguitati così da vicino giudicavano passare il ponte, e subito passato rovinarlo; onde le acque grosse invece d'impedimento a loro avrebbero trattenuto i nemici. Ed anco qui nel conto non entrò il lupo, perchè il signor Clemente cheto cheto, presi seco duecento uomini, aveva passato il Golo sul ponte del Lago Benedetto, e colà messo su in fretta alcune trincere faceva mostra di finire quanti si attentassero di avventurarci il piede: e poichè nei Francesi non è per certo l'ardire quello che manca, ci si provarono, e non una volta, nè due: però toccarono troppi morti per non invilirsi; al fiume non avevano avvertito molto; che sguazzarlo mentre lo cavalcava un ponte parve inonorato; adesso lo arieno fatto più che volentieri, ma lo videro terribilmente gonfio, nè minacciatore di morte meno sicura, che il ponte; e il tempo a deliberare stringeva; perchè dai parapetti côrsi fioccavano moschettate fitte come grandine. Scelsero la via del fiume o perchè la credessero meno perigliosa di quello che provarono, o perchè sperassero poterne più facilmente venire a capo. Il Golo li passò veramente, non tutti però; chè si risovvenne essere côrso, e contro lo straniero doversi industriare tutti, così uomini come cose; mille entrarono nelle sue acque e ne rese seicento; e a quelli che toccarono la sponda non parve caro il nolo.

I Francesi cacciati da tutte le parti della Casinca fecero testa al borgo di Marana dove comandava il signor de Ludre, soldato vecchio di buona rinomanza: scrivono taluni che la sua gente sommasse a 550, altri la stimano a 700; ma errano entrambi, perchè se prima fu 550, sembra certo che dopo la congiunzione dei cacciati della Casinca, anco contando solo gli sfuggiti dal Golo, a meno di 1150 non montavano.

Il borgo è paese costruito su di un colle di figura conica che si solleva sopra un piano inclinato, il quale a oriente confina col mare, a mezzogiorno lo chiude il Golo, a tramontana lo stagno di Chiurlino; dalla parte di ponente gli sta sopra la Serra di Stretta, che per la via di Oletta e di Olmetta comunica con la pieve del Nebbio; una volta colle e pianura ebbero fama di ferocissimi, e forse anche adesso sarebbero, ma la malaria funesta il piano; e il colle quantunque non ingiocondo pure dalla passata prosperità differisce assai. Narrano che Mario vicino al mare vi stabilisse una colonia, e sarà; ai giorni nostri non ne rimane nè anche orma; avanzano alcuni ruderi nè romani nè pagani, bensì cristiani e a quanto può giudicarsene pisani. Il luogo comparisce facile alle difese, e malgrado che trent'anni prima i Francesi ci rimanessero rotti per modo, che il conte di Boisseux, nipote del maresciallo di Villars, ne morì di dolore, eglino non trascurati o immemori statuirono tenerlo ad ogni costo. A tale effetto circondarono la sommità del Borgo con terrapieni e palizzate; e mandati a prendere a Bastia nuovi cannoni gli adattarono in varii fortini, i quali comecchè fossero fabbricati di terra e di pietra senza calcina non parevano men acconci alle offese come alle difese.