— Ch'è? che ti avvenne?
— Ahimè! Da parecchi giorni un dolore reumatico di tratto in tratto mi piglia il braccio da cavarmi il fiato.
— Ebbene, lèvati di costà e scriverò da me. — Il generale riprese la lettera con la quale in sostanza ammoniva il marchese di Chauvelin come la cattura dello Alando fosse fuori di ogni ordine di buona milizia: la stima che faceva di lui persuaderlo a credere che ancora egli pensasse così; se mai s'ingannasse avrebbe barattato il comandante Alando con due colonnelli ritenuti già a Corte per curarli delle ferite, e adesso prossimi a guarire.»
Scritta la lettera la lesse a Matteo, nè intento come era alla presente faccenda, si accorse del giovane che con alterna vicenda impallidiva, arrossiva, sudava e qualche lagrima rara ed ardente versava dagli occhi; poi chiudendo la lettera aggiungeva: — Matteo, tu te ne andrai a Bastia dove ti presenterai al marchese di Chauvelin per consegnargli questa lettera ed aspettarne la risposta. Se mai t'interrogasse, gli dirai che il signor Altobello è ufficiale degno della estimazione di ogni uomo dabbene; aggiungi che lo fanno degno di riguardo l'essere figliuolo unico adatto a soccorrere la madre vedova, parlagli della sposa novella che lascia in casa e finalmente non gli nasconderai amarlo io e stimarlo oltre ogni termine... che hai che batti i piedi?
— Il dolore mi cuoce.
— Una buona sudata ti guarirà, e però chiarirai il marchese che oltre il cambio, il quale mi sembra superiore a quello che si pratica ordinariamente, io gli professerò sempre obbligo infinito. Eccoti dieci luigi che ti basteranno e ce ne sarà di avanzo, rammenta che la patria è povera ed io più di lei.
— Signor generale, rispose il giovane con voce alterata, io non voglio andare.
— Non vuoi andare? urlò il Paoli con tale un grido da fare arricciare i peli dallo spavento.
— No, più stizzito che mai, replicava il giovane.
— Bè, Ambrogio!...