— Mi rincresce non potere dire lo stesso anche a voi.

— Non importa; la sventura è la pietra di paragone dell'amicizia: senza questo accidente non avrei indovinato la eccellenza del vostro cuore di accorrere spontaneo a consolare...

— Certo... non ci ha dubbio... però non affatto spontaneo, perchè... avete a sapere come io sia il comandante della fortezza.

— Voi?

— Io in persona; la maledetta palla, ve ne ricordate? che mi colpì sotto al ginocchio nella battaglia di Borgo mi ha rattrato un nervo, per la qual cosa zoppico, e i medici giudicano che arrancherò per qualche mese ancora: il signor conte di Marbeuf, a cui venni raccomandato dalla sorella del cocchiere del parrucchiere della marchesa du Barry, amica del re, mi ha preposto alla custodia della cittadella per non troncarmi i progressi della professione, e mantenermi nell'attualità del servizio.

— Tutte le quali cose insomma significano, che voi siete il mio carceriere?

— Fortuna di guerra, signor mio; certo voi potreste dirmi, che non foste preso con le armi alla mano; ma armato o no, quando capita, giova sempre pigliare il nemico; potreste anco osservarmi, che vi tesero un tranello e voi c'incappaste dentro, ma vincasi per virtù o per ingegno fu sempre lodato il vincitore: voi potreste dire...

— Signore, io non dico nulla.

— Manco male: ognuno a sua volta dunque, e allegramente. Non vi accomoda la stanza? ve ne darò un'altra; or ora vi manderò biancherie, legna e quanto occorre; già ebbi ordine di provvedere a tutto; pure sapete che io ho obbligo di esservi amico, mancasse l'obbligo, mi sentirei inclinato verso voi per simpatia... comandate dunque... non vi prendete della soggezione... figuratevi essere in casa vostra...

— Signore, io non vi domando nulla....