Quando i Romani stavano in procinto di profferire le sentenze assettavansi, e lo starsi seduto dicono confacesse molto alla eccellenza del giudicato come alla dignità del giudice; e può darsi; l'uomo però ha bisogno di aprire la dura mano della necessità per pigliarvi i presagi del futuro, deve starsi a modo di lottatore. I pensieri talora scoppiano in mezzo ai rumori del giorno simili a baleni di raggio ripercosso sopra lo scudo; tal altra nella pace della notte scendono spessi e luminosi al pari delle stelle cadenti, ma e nell'un caso e nell'altro, dove la facoltà intellettiva non venga mossa dal sangue agitato, impadula come acqua morta. Per questo il generale Paoli, abbandonata per tempo la mensa era sceso nel giardino per meditare su le faccende della Patria; quantunque il vento dai monti soffiasse gelato, aveva scoperta la testa e di tratto in tratto ne scompigliava i capelli, affinchè l'aria fresca vi si rinnovasse per entro. Il suo sangue bolliva, e dalla bocca gli scoppiavano parole rotte appunto a modo di sonagli che saltino su da un liquore che bolle.
— Perchè tanto odio contro la libertà?... Egli diceva. Fin qui i governi della terra si modellano su quello di Polifemo, mungere e mangiare il gregge.... Però Ulisse comechè nano dirimpetto a lui gli cavò l'occhio; sta bene, ma gli Ulissi vennero sempre rari nel mondo, massime ora. Adesso la viltà del gregge supera la ferocia dei Ciclopi; se restassero gli uomini un giorno privi di padrone, urlerebbero alla fine del mondo... Dicono la forza tenere il popolo pei capelli, mentre gli introna gli orecchi col grido: io sono il diritto: non è vero, la forza non può tanto se non la aiutasse la paura... Il carro del diavolo tirano queste due bestie; forza e paura... Ah! uomo di poca fede, perchè dubitasti? Questo sconforto nasce dal desiderio ingeneroso di essere sortito tra quelli che raccoglieranno e non tra quelli che arano, tra i trionfatori e non tra i combattenti... Per mezzo alle tenebre, da schiavi ignudi, tra le feste che la prepotenza ubbriaca concedeva alla disperazione digiuna, una fiaccola sola trasmessa velocemente di mano in mano passava il Reno, passava il Danubio ad infiammare alla vendetta il sangue dei barbari, saliva per monti, scendeva per valli finchè non arrivasse; così la libertà passa di generazione in generazione nella corsa desolata che esse menano traverso i secoli, finchè non arrivi agli eletti che con questo fuoco acceso nell'ira e mantenuto dall'odio inceneriranno il rogo della tirannide: nè i tempi paiono lontani... e come? Non so, ma l'aria che respiro mi sembra pregna di tempo nuovo: certo poca cosa sono io.... e non uso a pescare nelle acque dove si cova il destino dei popoli, lontano dal mondo, in mezzo ad un'isola; che importa questo? Quando l'uomo del settentrione vuole accertarsi se il diaccio ha messo crosta sul Boristene da reggere il passo dei suoi carri e di lui, manda innanzi la volpe; il disprezzato animale origliando il minimo rumore di cretti invisibili dà all'uomo quella sicurezza che questi non può procurarsi con le sue facoltà. Tra cento anni saranno spariti dal mondo la casa di Borbone, la casa di Austria e il pontificato di Roma, i tre chiodi che tengono fitta in croce la umanità...
Intanto che il Paoli molinava simili concetti, in un luogo remoto del giardino lungo il muro, si vedeva strisciare pian piano su la terra un mostro immane; però la Corsica non contiene serpi grandi nè piccoli, almeno così credono, e il nuovo mostro presentava la mole del massimo dei boa per grossezza; ancora costui sembrava allungare e ritirare branche proporzionate al corpo, e spesso sostava quasi che impaurisse dallo scroscio delle foglie secche che si sgretolavano sotto i suoi passi; sovente levava il capo e lento lo volgeva dintorno come sospettoso di vedere oggetto di che non avesse paura. Scopo dei suoi passi sembrava veramente che fosse il Generale, ma si comprendeva chiaro che ei non ardisse cimentarsi troppo; però era da credersi che il Generale, vagando come lo menavano le gambe nelle frequenti giravolte, pigliasse il verso da codesta parte: quindi il meglio era aspettarlo a piè fermo: questo parve appunto deliberare la strana figura e rannicchiata dietro un tronco di albero attese.
Il cane Nasone non si scompagnava mai dal suo signore, in ispecie quando usciva fuori di casa; ma quella sera lo trattenne Matteo Massesi che pronto si mise tra il cane e la porta, e mentre ne chiudeva l'uscio, con un pezzo di zucchero tirò a sè Nasone. Nasone capiva trovarsi in buone mani, andava tranquillo che ciò non fosse punto preordinato a fin di male, ed anche lo zucchero lo tirava; egli non aveva il lusso dei sette peccati mortali come l'uomo (e taluno ne possiede anche otto), ma la gola era la sua pecca; tuttavia trangugiato ch'ebbe lo zucchero si voltò gagnolando alla porta e quivi raspava e col muso s'ingegnava ad aprirla. Matteo poneva ogni studio a quietarlo; ma era niente; gli pose altro zucchero, e' tornò invano: di un tratto il cane si ferma allungando le gambe davanti e le posteriori raggruppando, leva il capo come fa il bracco quando punta, e subito dopo tese le orecchie, aggrovigliata la coda, tutti i peli irti si avventa contro la porta con un furibondo latrato; al tempo stesso fu udito dal giardino un colpo di pistola; e' parve che ne restasse ferito Matteo, imperciocchè vacillasse, e dati indietro due o tre passi percotesse con le spalle nella opposta parete; ma si riebbe presto, e asciugandosi il sudore colla manica del vestito aperse l'uscio donde precipitò con Nasone in traccia del Generale. Lo trovarono fermo e sereno, senonchè entrambi, cane ed uomo, essendogli con furia saltati al collo, poco mancò che non cadessero giù tutti in un fascio: frattanto con lumi ed armi traeva gente da ogni luogo, per la quale cosa il Paoli si vide circondato da una frotta dei suoi; richiesto, appagò l'ansietà loro dicendo come passando presso all'albero lì vicino un uomo posto in agguato gli sparasse contro una pistola; a parere suo molto avere a costui dovuto tremare la mano perchè il colpo era stato a bruciapelo e non si poteva sbagliare, ma la Provvidenza anche per questa volta essersi degnata salvarlo. Rientrò in casa dopo queste parole accompagnato da molti; e più prossimo di tutti gli procedeva accanto il Massesi, il quale sembrava non potersi saziare di baciargli la mano e domandargli se veramente non l'avessero colpito e se si sentisse male. Molti furono i ragionari intorno all'accaduto che non importa riferire; il Paoli giudicò che il colpo partisse senza dubbio dai Francesi, e su tale proposito disse queste parole dure:
— La vanità dei Francesi è più crudele della ferocia dei cannibali; se traverso la via che mena al Campidoglio incontreranno il cadavere del padre, ogni francese si sentirà il cuore di Tullia per passargli sopra e correre a coronarsi d'infamia e di alloro.
Maravigliando poi di non vedere il cane fidato e parecchi dei suoi che pure gli erano comparsi nel giardino, lo chiarirono come fossero corsi dietro le traccie dell'assassino; allora il Generale osservò:
— Gli è tempo perso; il male lo abbiamo in casa....
Aveva appena finito di parlare che il cane entrò tenendo un foglio in bocca, il quale si fece a depositare su le ginocchia del Paoli: — ed ora, che significa questo? interrogò; poi preso il foglio e gettatovi sopra gli occhi: curiosa! aggiunse, è una lettera indirizzata a te Matteo.
— A me? Ah! forse nella confusione mi sarà cascata di tasca.
— Senza dubbio, senza dubbio, e sarà, io gioco, di qualche tua dama: ecco dunque spiegata la causa per la quale ti vedo meno frequente intorno a me: quasi quasi mi piglierebbe vaghezza di conoscere la bella che mi fa concorrenza.