In mezzo ad un silenzio di sepolcro venne letta la lettera funesta, la quale diceva così:

Bastia, 7 febbraio 1769.

«Matteo!

«Il tempo stringe e tu mi giri nel manico: caso mai ti ripegliasse la solita vigliaccheria, ti avviso che ti perdi senza prò. Se lo scellerato si troverà vivo di qui a otto giorni egli leggerà la ricevuta che in doppio originale, uno per me, l'altro pel signor conte di Marbouef, scrivesti e firmasti di tua mano, la quale se per avventura avessi dimenticato, ti copio per tuo governo e dice così: — io sottoscritto ho ricevuto da S. E. il signor conte di Marbouef luigi sessanta da lire 28 l'uno che tanti mi paga a conto dei luigi cento costituiti in dote da S. M. cristianissima alla nobile donzella Caterina figliuola del nobile signor Orso Campana; la quale signora Caterina ha promesso pigliarmi per suo legittimo sposo a patto che nel corso del corrente mese di febbraio 1769 io abbia a consegnare vivo o morto, in mano dei Francesi Pasquale Paoli tiranno della Corsica, patto da me acconsentito e accettato; ed in fede io Matteo Massesi mano propria. — Tu vedi dunque che siamo in buona regola: però volendo, com'è dovere di sposa venire in aiuto del marito, ti mando questa lettera per uomo fidato che si è profferto di ammazzare il Generale, purchè gliene sia dato il comodo, e questo tu potrai molto agevolmente fare consegnandogli la chiave della porta del giardino dove il maledetto da Dio si reca a passeggiare talora dopo pranzo. Se ci capiterà solo od anche in poca compagnia il nostro uomo assicura ch'è affare finito; e ammazzato ch'ei l'abbia scapperà per la medesima porta alla campagna salvandosi sopra un buon cavallo per la via di Aleria o dalla parte che gli tornerà più destra. Tu partirai il dì dopo od anche la notte medesima. Sbrigati dunque, se è vero che il mio amore ti prema e se vuoi guadagnarti le grazie che ti sono state promesse. Tua affezionatissima sposa Caterina Campana.»

Giuseppe Maria gran cancelliere di stato, padre di Matteo, uomo di partiti rigidi ed inventore di nuove maniere di supplizio conobbe vano supplicare misericordia: in cotesta medesima notte risegnò la carica, e consegnati i sigilli si ridusse in sua lontana campagna a nudrirsi di dolore e di veleno. I Francesi, più tardi, divinando il tesoro di odio contro gli uomini che si doveva essere accumulato in cotest'anima, lo chiamarono a pigliare parte al festino di sangue, ed egli accorse come dicono che costumi l'iacal, a rodere le ossa della gente sbranata dal leone.

Matteo però fu giudicato con tutta la solennità dei riti forensi e comecchè nè egli nè altri sapessero addurre scusa la quale valesse se non a torre, almeno a scemare la colpa, non dimanco ebbe la difesa. Gli uomini a quei tempi chiamavano ed anco adesso chiamano coteste formalità osservanza ai sacri diritti dell'uomo, ma in effetto e' sono grullerie o ipocrisie, e bene spesso l'una cosa e l'altra, quando la colpa è manifesta, e il reo non la nega: o quando il principe vuole la tua morte, e i giudici tirano salario per servirlo del loro mestiere, che montano tante storie? Fuori il carnefice addirittura; sarà tanto tempo risparmiato; e il tempo, pensateci bene, è moneta; così predicano quotidianamente gl'inglesi principali economisti del mondo. La storia infama come crudele Sisto V, che volendo s'impiccasse subito quel giovane fiorentino che ammazzò uno sbirro, e sentendosi opporre che bisognava innanzi giudicarlo rispose: giudichisi pure a patto che s'impicchi prima di desinare, e stamane rammentatevi che ho fame; e Cosimo de' Medici, che sotto i ragguagli del fiscale scriveva asciutto: s'impicchi: se gli Spartani avessero posseduto la forca non potevano adoperare concetto più laconico; e finalmente quel Ferdinando di Napoli, delizia del Romano Pontefice Pio IX, che mandò una compagnia di moschettieri al Presidente di una Corte di giustizia facendogli sapere che si sbrigasse a giudicare gli accusati perchè i moschettieri avevano ordine di fucilarli prima di rientrare nei quartieri, la quale cosa importava accadesse prima di vespro; crudeli certamente furono e molto, ma bisogna confessare che furono eziandio molto sinceri. Matteo Massesi fu condannato a morire strangolato con lo strumento paterno.

Tutto il giorno fu triste; rossi nuvoloni andavano in volta sul cielo rombando con un tuono continuo come se i demoni dell'aria se gli strascinassero dietro; verso sera si abbassarono; e squarciandosi con folgori terribili e spaventoso fracasso mandarono acquazzoni a diluvio e bufere di grandine: pareva che cascasse giù il cielo; il vento penetrò le case spazzando la polvere del pavimento, strappando i ragnateli dai palchi, sbatacchiando porte rompendo vetri e sfondando impannate, poi dagli usci socchiusi mandò fuori gemiti, urli, stridori, che suscitavano negl'inquilini giusta le più recenti avventure patite, o la ricordanza della moglie morta fra le angosce del parto, o quella del rantolo della lunga agonia del padre, o il rammarichio del pargolo che si dibattè tra gli spasimi, o il vagellamento del fratello che traboccò nell'altra vita delirando vendetta; ancora il vento indiavolato si avventa a spire su per la cappa del camino spingendo innanzi a sè faville sommovitrici di lontani incendii: allo sbocco rovina l'angolo dei tegoli murato su la cappa per riparare il fumo, schianta pietre e lavagne mulinandole attorno a mo' di foglie secche. Guai a cui in quel punto passa per la via! che contro cotesta pioggia schermo di ombrello non vale. Inoltre si infilò nei campanili, si erpicò per le scale e prese ad agitare le campane a strappate, le quali di tratto in tratto cacciarono uno squillo che pareva un singhiozzo; quinci si spinse su la cuspide arrovellandosi intorno alla banderuola, scotendola a destra, a sinistra, poi ravvolgendola velocissimamente intorno all'arpione: adoperando insomma l'estremo di sua forza per iscassinarla di costà quasi in vendetta della testimonianza ch'ella di cotesta altezza faceva agli uomini della sua incostanza e della sua cattività; scendendo entrò in chiesa, e menando remolino per le colonne, per gli altari e su per le cupole ci destò diverse voci e tutte paurose, perchè sul pavimento fischiava come se dalle sepolture i peccati mortali dei sepolti ne prorompessero in forma di serpenti, dagli altari come se i santi corrucciati rimproverassero agli uomini le sempre cresciute offese al Signore, e pel vacuo delle cupole reboando gelava il cuore per paura, che gli angioli sonassero le trombe per la chiamata dei morti al giudizio universale. Tutte le cose avevano un gemito sotto il flagello della natura presa da furore; gli alberi rovesciavansi gli uni su gli altri stridendo come soldati di esercito sconfitto, e le acque stesse dei fiumi e dei fonti schizzando percotevano a mo' dei flagelli, delle furie.

Il Paoli chiuso nella sua stanza, seduto contro al suo solito stringendosi con la manca mano le tempie, la bufera infernale o non sentiva o non ci badava; così durò fino a notte avanzata; allora si levò e apparve scolorito; non si sarebbe potuto dire se avesse pianto; certo gli si vedevano gli occhi infiammati; prese un coltello, si coperse con un gabbano e uscì di casa.

Aveva mutato appena due passi nel corridore dove metteva la prigione di Matteo Massesi, che si vide venire incontro la burbera faccia del padre Bernardino, il quale disse:

— Il cuore me lo porgeva che sareste venuto quaggiù.