Più tardi il tedio della Francia per la Corsica crebbe; forse era presentimento, e nell'Assemblea costituente l'abate Charrier propose indurre il duca di Parma di cedere il Piacentino al Papa e dargli in compenso la Corsica col titolo di Re; non ne vollero sapere nè l'uno nè l'altro. O non sono curiosi questi liberaloni di Francia, i quali non sanno smettere il vezzo di considerare la gente umana come bestie vaccine a cui si possa far mutare padrone secondo che piace? La Corsica, agguantata, agguanta; cani e uomini côrsi fanno buona presa. L'hanno voluta, se la tengano; Ercole non potè strapparsi la camicia di Nesso, se non sul rogo: ma io ho precorso gli eventi; ne domando perdono e torno a raccontare la storia per filo e per segno come conviene ad uomo che proceda con la calma pensosa tanto amica ai tranquilli amatori dell'ordine.
Le cose e le creature si amano più pei dolori e pei travagli che costano, che pei piaceri che procurano; però i padri ben vogliono ordinariamente i figli assai più che non ne siano benvoluti: onde non è da dirsi se il Paoli mettesse a tortura anima e corpo per trovare spediente capace della salute della Patria che amava e per la quale aveva patito mai tanto. Il giocatore non si alza dal tavogliere se prima non abbia avventurato il suo ultimo scudo; ora le ree passioni dovranno essere più tenaci delle buone? Il patriotta mostrerà a prova minor costanza del giocatore? Ciò a Dio non piaccia.
La parte cismontana dell'isola non fu lasciata senza l'estremo contrasto. Clemente Paoli addentrandosi nel bosco di San Pietro occorse in Antongiulio Serpentini e nella moglie sua Rossana che con una mano di gente si aggiravano per quelle parti smaniosi di vendetta quanto più disperati della vittoria: poco più oltre rannodarono il capitano Pilone: insieme uniti, pei conforti massime di Clemente, si apparecchiavano a tentare un colpo ardito; si rammenta che alla opera egregia si aggiungesse anche Giancarlo Saliceti, come per miracolo rimasto illeso sotto un mucchio di cadaveri alla battaglia di Pontenuovo, donde uscì a notte alta e scampò con meno pericolo degli altri, perchè il nemico si fosse disperso nelle vicinanze, e il fiume, che molto tiene del torrente, in quelle ore avesse scemato assai dalla sua turgidezza: racimolati da 500 uomini penetrarono nel Niolo dove sorse sempre la prima aurora e si spense l'ultimo crepuscolo della libertà côrsa; sopra coteste aspre giogaie la gente semplice e forte pare che abbia agio di favellare più d'appresso con Dio che in loro ispira carità indomita di Patria. I Niolini senza tanti ragionari si dissero parati a tutto; richiesti di vettovaglie, non ne avevano: proposero andarne alla cerca a Giussani, Asco, Muttifao ed in altre terre prossimane, e andarono, ma tornarono co' sacchi vuoti; i popoli atterriti dalla vista dei Francesi stracorridori, i quali avevano incominciato a mostrarsi fin là, gli supplicarono a non gli esporre a sicurissimo eccidio: col nemico così inviperito e così grosso su gli occhi, non essere a tentare cosa che valesse; gli uni e gli altri si riserbassero a fortune migliori. Allora passarono i monti; e qui si rinfocolò la guerra.
A Fritzlar conte di Narbona, uomo superbo e di natura feroce, fu commesso opprimere la parte oltramontana; reputandola impresa appena degna del suo valore uscì veramente grosso e munito ottimamente di artiglierie da Ajaccio, ma procedeva alla sbadata, sicuro di non incontrare veruno intoppo per la via; ma giunto che fu a Mezzana ecco occorrergli Clemente Paoli, ch'egli credeva rimasto morto a Pontenuovo, a contrastargli il passo: salito il buon conte in furore perchè si attentassero resistergli, raccolse le sue forze per levarsi, com'egli diceva, per sempre d'intorno quel fastidio d'insetto, ma intantochè il tafano lo pungeva or qua or là dolorosamente, ed ei menava invano le mani, ecco arrivargli notizie, che i Côrsi comparsi a Peri facevano le viste di piombargli alle spalle: di vero erano accorsi ai suoi danni con quanti avevano potuto trarre seco l'Abbatucci, l'Ornano e il padre Paolo Roccasserra buono a predicare, meglio a combattere. Il conte obbligato a riparare al nuovo pericolo smezzò le forze, ma respinto da ambe le parti si strinse nel fiuminale di Celavo dove riparò in forte positura munendola di terrapieni e di artiglierie, deposta poi ogni intempestiva baldanza, invece di assaltare attese con diligenza a difendersi assalito.
I capi Côrsi esaminata bene la faccenda vennero nel parere di non arrisicare battaglia, bensì circuire tutta cotesta gente, bloccarla e ridurla a darsi prigioniera per falta di viveri. Il conte di Narbona a prezzo d'ingordo premio trovò modo di avvisare il conte di Vaux delle angustie in cui si trovava ridotto, onde questi, che ormai credeva vinta la impresa urlò, bestemmiò e poi piuttosto con ismania febbrile, che con sollecitudine soldatesca, si dette ad ammanire corpi di milizie spingendole con parole accesissime e con larghe promesse a correre e impedire lo smacco; da prima spedì il marchese della Valle, e ce n'era di avanzo; ma dopo poco gli avviò dietro con altro distaccamento il barone di Bamenil; e tuttavolta parendogli che fossero pochi ci aggiunse tre corpi di milizie côrse, comandate da tre capitani côrsi, il nome dei quali per rispetto altrove discorso non mi giova ricordare, nè altri ha da mostrarsi voglioso di apprendere. Tutte queste milizie per la Biguglia, la Casinca e le pievi del Verde e di Aleria, dovevano penetrare nel Fiumorbo e quinci per vie montane giungere in tempo per bloccare i bloccatori. E' sembra, che gl'impedimenti naturali stimassero poco, quelli degli uomini nulla, perchè più pericolosa via non era dato immaginare: di fatti piccola mano di montanari tra Poggio e Isolaccio arrestarono tutte queste milizie.
Pasquale Paoli non posava giorno nè notte per rianimare, eccitare, ordinare: e in qualche parte gli veniva fatto con buon successo, più sovente no; non mica che all'aspetto di lui non si accendessero, od alle sue parole non fremessero, ma a mano a mano, ch'egli si allontanava, essi si sroventavano; il pensiero ripigliava il sopravvento alla passione, e lo schioppo testè carico ponevano da parte non senza un sospiro.
Dal paese dove nacque e morì Sampiero d'Ornano, dalla terra bagnata dal sangue dell'eroe, vennero, e non poteva fare a meno, cinquecento uomini improvvidi magnanimamente del poi, non volendo nè sapendo guardare nulla oltre il dovere, e si offersero al Paoli per la vita e per la morte. Per quanto tu ci pensi sopra, tu non verrai a conoscere tutti i benefizî che una grande anima largisce alla contrada dove per grazia del cielo ella comparve, i presenti sono meno, nè i più importanti, perchè le generazioni, che la circondarono non la compresero, o se compresa, non ebbero virtù d'imitarla; ma ella partendosi lasciò quasi un modello ai futuri, affinchè i pensieri e le opere loro ci adattassero; ognuno del popolo si reputa erede di un frammento di cotesta anima, quale come un santuario riposto dentro di lui lo fa sacro, ed ogni senso di viltà, di bassezza ne allontana, quasi sozzurra che valga a inquinarlo: e non fie vana fede quella che ti fa credere, che cotesta anima indefessamente stemperandosi nell'aere mandi aliti sani al tuo corpo e affetti sani al tuo spirito; beata la terra, che vanta per genio del luogo un'anima grande!
In Ornano pertanto stavasi Pasquale, e circondato così da gioventù feroce, fremente arme, che dimenticata la realtà dei casi consolandosi con la speranza del futuro o con la memoria del passato. Gli pareva potere ritentare la prova, anzi pensava vincerla e di un colpo ardito opprimere il nemico: il suo spirito pregustava la esultanza della patria consolata, i gaudii della gloria, la commozione della gratitudine: davanti a sè teneva aperta la carta geografica dell'isola e accennando col dito i sentieri per valli e per poggi, sempre più infervorandosi esclamava:
— No, non può mancare; coraggio, Côrsi, la stella della Corsica non è ancora tramontata.
E quasi coro Altobello, Canale, Ugo della Croce, Romano Colle e Rutilio Serpentini con altri dintorno ripetevano! — no, non è ancora tramontata.