E così dicendo gli si gettò nelle braccia baciandolo con immensa passione. Il Paoli agitato da molti pensieri non pose mente a cotesta smania, la quale gli sarebbe parsa soverchia per momentanea separazione, onde un po' così alla leggera gli disse:

— Animo! Altobello, ci rivedremo in breve, e un giorno, spero, ci sentiremo felici.

— Oh! anch'io lo spero, e per non separarci mai più — e si allontanò turandosi con ambedue le mani la bocca per non prorompere in singhiozzi.

Le navi ebbero diversa fortuna. Quella guidata dal capitano Angiolo o perchè fosse più carica o per altra ragione, non potè durante la notte staccarsi molto dalla spiaggia. La mattina quando sorse il sole si videro davanti la Corsica tutta smagliante pei raggi del pianeta emerso dalle acque tirrene proprio di faccia a lei, sicchè pareva una Madonna vestita della pienezza della sua gloria. Metteva al cuore pietà infinita vedere tutta quella gente ammonticchiata a poppa con le mani tese in varii atteggiamenti verso la terra natale, mentre le lagrime si versavano dagli occhi sopra coteste faccie riarse, come acqua traboccante da un vaso troppo pieno. Invano il capitano Angiolo bociava, che mettendo a quel modo tutto il peso da un lato la nave non poteva fare cammino; non gli davano retta, e la sua voce di quando in quando gli restava chiusa nella gola. All'improvviso si udì il suono della cetera côrsa; e le anime dei circostanti tremarono. Perchè i popoli massime meridionali confidano le gioie, le glorie ed i dolori all'armonia? Certamente perchè dentro di noi fu posta l'armonia come l'anima. Questa uscendo dai petti mortali vola a Dio, quella al cielo dove ha sede perenne; sicchè gli uomini, commettendo i loro messaggi alle ale dell'armonia, sperano e non isperano invano, che fedelmente e celeremente saranno ricapitati al cospetto del Creatore.

Cotesti furono suoni pieni di dolce mestizia, ma quando vi si accompagnò il canto, il capitano Angiolo non potè reggersi in piedi; si pose a sedere su la tolda, rannicchiò le ginocchia, se le strinse con le braccia e dopo averci nascosta la faccia, pianse.

Il canto fu questo: avrei desiderato metterlo in rima e mi ci provai come feci pel vocero di Lella Campana, ma io ebbi sempre in uggia le rime e i giandarmi, perchè le prime menavano il pensiero ed i secondi il corpo dove nè il pensiero nè il corpo volevano andare: i miei lettori saranno contenti, che io ne riporti loro il concetto in prosa e credo ci guadagneremo tutti e due. Il canto dunque diceva così;

§ 1.

— Mia madre talora mi ha sgridato e mio padre qualche volta mi ha percosso: ma tu, o Patria, sia che da te mi partissi, ovvero a te ritornassi, mi hai sempre riso. Mia madre mi ninnò dentro la culla cantando, ma io piangendo le recitai il Miserere sopra la fossa. Mio padre mi addestrò le mani ai primi tiri, ma io quando la morte lo chiamò gli composi sul petto in croce le sue prima di chiuderlo dentro la cassa. Tu poi o Patria, appena uscito al mondo mi consolasti con la luce e col calore: vivo mi nutrisci col tuo seno e nel tuo seno sazio di giorni mi raccoglierai. Perpetua madre, tu non ti stacchi in verun tempo i tuoi figliuoli dalle braccia: tu doni sempre e non ricevi mai.

— Benedetta la Patria!

§ 2.