L'abate Giovacchino Cambiagi nel suo libro chiamato (Dio lo perdoni) storia, IV, pag. 209 scrive: «la nave poi che aveva a bordo il Generale era approdata a Livorno il 16. Siccome gli uomini di sommo merito sanno cattivarsi l'amore ancora di chi non li conosce, così il Paoli appena giunto a Livorno talmente trovò gli animi di quelli abitanti in favor suo prevenuti, che tanto mi sia permesso il dire non esigerebbe un nuovo sovrano dai suoi sudditi, correndo il popolo quali frenetici or qua ora là per dove doveva passare non mai saziandosi di vederlo, venendo acclamato dai più sensibili e ammirato dai più riflessivi e finalmente da altri compianto per la sua poca buona fortuna in questi ultimi incontri, avendo dato bastantemente a conoscere le di lui operazioni quanto aveva saputo adoperarsi per rendere libera e alta una nazione stata per lo addietro serva e ignorante.»
Il buono abate aggiunge che lo accolse anco benignamente S. A. R. Pietro Leopoldo, il quale generosamente concesse agli esuli côrsi asilo nei suoi felicissimi Stati, a patto però che Pasquale lasciasse loro un assegnamento per mantenersi onestamente. Il che suona che il Granduca non gli mandò via purchè si facessero le spese co' proprii danari: la qual cosa se non arriva alla carità di Don Tubero che biasciava lo zucchero agli ammalati, ci corre poco. Ma a quei tempi i principi, quando non portavano via, parevano donare.
Il Paoli fece come ordinò l'ottimo principe, lasciando il fratello Clemente ad amministrare le relique della fortuna pubblica; e questi per assottigliare le spese si ridusse a vivere nel monastero di Vallombrosa compiacendo alla sua severa natura: gli altri Côrsi per la medesima causa si sparsero nei piccoli castelli della Toscana. Come vi stessero, quali memorie vi lasciassero si ricava dal libro di un altro abate chiamato Francesco Ottavio Renuccini: egli nel libro V del tomo I della sua Storia (Dio perdoni anco lui) di Corsica, narrando come Pasquale Paoli dopo lunghi anni di esilio ritornasse in patria, ci chiarisce; «come buon numero di Toscani, che trovandosi a Bastia gli presentarno i loro omaggi appalesandogli in nome della patria la più profonda venerazione, ringraziando nel tempo stesso gl'illustri esuli così per lo esempio delle virtù che avevano dato alla Toscana durante il loro soggiorno in quella. Paoli graziosamente rispose loro, e tra le altre cose disse: che la Corsica, non mai dimentica dello asilo accordato dalla Etruria ai suoi figliuoli, avrebbe riguardato sempre i Toscani come suoi concittadini ed anche con maggior predilezione».
Ai giorni nostri i Toscani non lo avrebbero ringraziato di nulla, perchè delle virtù ne hanno da vendere, almeno così ci porgono i discorsi, gli scritti, i manifesti, gli avvisi, le leggi e i moniti delle pubbliche magistrature; la civiltà poi possiedono in copia maggiore che non l'Australia l'oro; onde ne fanno uno spreco che è una passione. Comunque ora ciò avvenga, mettiamo in sodo anco questa, che i Toscani novanta anni fa sentivano gratitudine a cui porgesse loro esempio imitabile di valore, e avevano la modestia di manifestarglielo.
Il nostro Pasquale in compagnia del conte Gentili s'incamminò alla volta di Londra, togliendosi il carico di essere la provvidenza dei suoi compagni di esilio: passando in Germania lo vide e gli fe' vezzi Giuseppe II; dietro lo esempio del Sovrano grosso glieli fece tutta la varia gradazione dei principi alemanni, che salvo il rispetto, arieggiano assai alle canne di un organo dove la demenza prova le sue sinfonie pel di delle feste.
.... e trasportatolo presso al procoio di Santa Colomba lo esponessero alla pubblica strada; perchè la gente lo stimasse il corpo di Altobello. (Cap. IX.)
Allora correva l'andazzo fra i principi di dilettarsi della libertà come dei mostricini di bronzo che ai dì nostri usano tenere sopra le tavole per calca-lettere; certa volta parve loro si movesse e veramente si moveva; allora gl'invase una sconcia paura e corsero a pigliare le molle per agguantarla e buttarla sul fuoco come si costuma agli scorpioni: senonchè voltando le spalle essi se la trovarono addosso così ad un tratto gigante che col capo toccava il soffitto minacciando salire anche più in su: si attentarono mostrarle la porta perchè uscisse, ed ella mostrò loro la finestra perchè la saltassero; staremo a vedere come l'andrà finire, perchè per ora nè ella è salita dove voleva andare, nè i principi saltati dove li voleva scaraventare: staremo a vedere.
Ora è di mestieri raccontare due fatti degni di commemorazione successi uno poco prima della partenza del Paoli, l'altro il giorno dopo. Comincierò dal primo: quando si sparse la fama del prossimo arrivo dei francesi a Corte i Côrsi che sapevano come quantunque un popolo butti in faccia ad altro popolo gli omicidi, le rapine e gli stupri, sull'entrare dentro terre vinte, pure in verità la batte tra il galeotto e il marinaio, eccetto gli Austriaci che in fatto di bestialità stanno in cima dalla scala senza dire al calcagno viemmi dietro, uomini e donne vecchi e fanciulli presero a fuggire alla rinfusa verso il Monterotondo.