Lettore mio, per poco il cielo ti abbia largito immaginativa, fingi un monte altissimo perpetuamente incoronato di neve, orrido per selve e per dirupi di gioghi moltiplici, dove occorrono laghi e cascate di acqua, e in mezzo a questi orrori ti rappresenta una donna giovane di severa bellezza col grembo grave di crescente prole salire affannata di greppo in greppo sotto la sferza dei raggi solari; ella dissimula così la interna ambascia, che di tratto in tratto muove parole di conforto al suo compagno sbigottito; e qualche volta presa da pietà per la stanchezza di lui, ostentando forze che non ha, gli porge il braccio soccorrevole. Cotesta è Letizia Ramolina che porta in seno il castigo di Francia, l'uomo è Carlo Bonaparte, quell'avventato giovane che udimmo sul poggiolo di casa Gafforia favellare al popolo gagliarde parole.
Ora, Lettore mio, non immaginare più nulla, bensì pensa come l'uomo per virtù propria condotto in alto, se è primo ad essere rischiarato dai raggi del sole e della gloria, per compensare si trova esposto a tutti gli strali di offesa e d'ingiuria che gl'indirizza il volgo senza nome, non però senz'astio, che vede rappresentata in lui una ingiustizia tanto più aborrita quanto meno facile a ripararsi; per la quale cosa tra molti e meritati biasimi contro Napoleone, fatto tiranno del mondo, i rigattieri delle sconcie parole ve ne mescolarono altre così turpi come bugiarde. Di vero in parecchi libri Napoleone trovasi infamato come figliuolo adulterino del conte di Marbeuf, ed è falso; la Letizia Ramolina era da sette mesi incinta di lui mentre si arrampicava sui gioghi di Monterotondo fuggendo l'ira francese. Carlo Bonaparte si mantenne fedele alla causa della libertà, anzi mordeva gli apostati, e condendo tuttavia il vezzo di aombrare gli eventi con le allegorie pastorali, ripigliò la Corsica della sua voltabilità con la canzone satirica: Pastorella infida sei; ma durò poco; povero e vanitoso di breve cesse ai tempi. I Francesi a cui stende la mano non rifiutano il tozzo, ed ei se l'ebbe: morì lungi della famiglia a Montepellier sempre male in arnese. Più tardi quando la destra della fortuna agguantò pei capelli Napoleone, il municipio di Montepellier propose erigergli uno sbardellato monumento composto delle statue della città di Montepellier, della religione e di altre parecchie; la città di Montepellier con una mano aveva da alzare il coperchio della tomba, e con l'altra additare la base dove si dovevano leggere le parole «esci dalla tomba; il tuo figliuolo ti leva alla immortalità».
Napoleone allora console rispose: «non turbiamo la quiete ai defunti; alle ossa loro pace; anche mio nonno è morto e il mio bisnonno altresì; perchè dovrebbonsi essi trascurare? Ciò andrebbe per le lunghe. Se avessi perduto ieri mio padre, la cosa potrebbe andare che il mio dolore si manifestasse con qualche segno di onoranza: ma ora corrono venti anni dacchè è morto; il pubblico pertanto non ha parte in questo caso: non ne parliamo più.»
Questo fatto dimostra tre cose almeno: che il pecorume municipale a un di presso in ogni tempo e dappertutto si rassomiglia; che Napoleone forse non volle al padre quel bene che portò sempre alla madre sua; per ultimo che l'adorazione di sè non era per anco in lui diventata tanta, che la troppa vampa dell'adulazione non gli facesse aggrinzare il naso: e in vero, non anco tolto il titolo di padrone assoluto, come Console la trinciava tuttavia di popolesco.
L'altro fatto, che si congiunge dolorosamente al fine della nostra storia, merita di essere riportato proprio nel vero modo in che avvenne. — Domenico Leca, o da Leca, curato di Guagno, il giorno dopo la partenza di Pasquale Paoli, che fu il 14 giugno 1769, la mattina a mezzogiorno raccolto nella chiesa di Sovrinsù quanti erano rimasti di là dai monti fedeli fino alla morte alla causa della Libertà, celebrando la messa, quando fu sul punto di comunicarsi, lasciata l'ostia su la patena si volse agli assistenti e con piglio truce, così prese a parlare:
— Dilecti in Cristo fratres. — «Quando i peccati degli uomini sforzano la bontà divina, Dio memore del patto non manda più il diluvio, bensì manda i tiranni. Ora a questi parrebbe quasi essere felici se Dio gli segnasse su la fronte della stimata di Caino; Caini senza segno ogni uomo può ucciderli senza incorrere nell'ira del Signore; ecco la paura e l'omicidio come due vipere mettono il nido nel cuore del tiranno; egli educa metà del genere umano negl'istinti del mastino, le dà denti, le dà collare di spunzoni e l'avventa contro l'altra metà; egli piglia il ferro, e fattene due parti, quella che tocca a lui foggia in arme da punta e da taglio per tormentare, e in ceppi per incatenare; l'altra che tocca al popolo lavora in vomeri e in badili, e gli dice: con questi arnesi apri la terra per seminarvi il grano per me ed anco per te, o seppellirvi i tuoi corpi; e non pertanto il terrore gli dura: allora chiama un sacerdote (non più sacerdote, che tale non rendono la veste e il rito, bensì l'anima conservata tempio degno della divinità) e gli sussurra dentro gli orecchi: mettimi a parte del cielo, ed io spartirò teco i beni della terra, circondami di spavento, distendi intorno a me l'inferno a modo di vallo come lo mettesti intorno a Dio; fammi terribile, sbigottisci le anime, e persuadile che sono parte di Dio, che egli mi impose con le sue sante mani sopra la terra, chi tocca me tocca lui; il medesimo fuoco immortale arderà chi ardisce levare non che altro un pensiero ostile contro la sua divinità e la mia. Il sacerdote non sapeva, o non volle rammentarsi delle parole del Redentore: Satana, è scritto che tu non mi tenterai. Strinsero insieme il patto, e quando il tiranno salì su l'altare, Dio lo disertò. — Ma la paura durava, se il tiranno vestiva la corazza la paura s'immetteva fra la sua carne e le piastre di ferro; nella notte sul letto solitario atterrito dai sogni stendeva la mano sotto il guanciale per tema di un ferro; paventò prima il ferro in mano al barbiere, e barba e capelli si fece accortare co' tizzi ardenti; gli mise ombra lo spillo della moglie, e orribile a dirsi! volle che ella si nudasse prima di entrare nella stanza del talamo: e nè anche questo bastando a quietare la febbre dell'apprensione, mandò per un dottore; voi sapete, o diletti fratelli in Cristo, come i dottori in ogni tempo abbiano sostenuto coi sofismi loro il tiranno; uno ne visse il quale richiesto dallo imperatore di giustificare in senato la strage del fratello, rispose: «è più facile commettere il fratricidio, che difenderlo[39]», e basta; dicono di tratto in tratto ve ne fosse degli altri buoni, e sarà; però tutti insieme e' si possono contare su le dita. Il tiranno dunque disse al dottore: io ti metterò a parte della mia potestà di uccidere e spogliare, a patto che tu la dimostri intangibile; il dottore scese agli accordi e scrisse: «il bene del consorzio umano volere, che si ubbidisse ai principi accettati col consenso espresso o tacito dei popoli (consenso tacito è la paura del boia); occorrendo certi casi (e li dicevano); stare nella comunanza dei sudditi il diritto di muovere rimostranze al Principe ed anco di bandirlo; ammazzarlo mai; il singolo in verun caso potere levare la voce e molto meno la mano, dacchè la volontà altrui non s'interpreta, e bisognerebbe ad uno ad uno farsi conferire il mandato. Chi opera altrimenti, il consorzio umano deve giudicarlo perturbatore dell'ordinato vivere civile, e degno così del supplizio in questa vita come d'infamia eterna nell'altra.» — Ipocriti! In qual modo potrebbero profferire siffatto consenso labbra sigillate dalla paura? Come andare in giro a raccogliere i voti l'uomo cacciato dai segugi del tiranno peggio che belva in bosco? In questo modo, come poterono, hanno creduto provedere alla propria sicurezza i tiranni; alla forza aperta contrappongo centuplice forza e ordinata; alla violenza segreta lo spavento religioso, il clamore dell'interesse, il sofisma dello intelletto pervertito o confuso; e nondimanco il pallore regna su la faccia dei re; e ciò che ormai non valgono ad ottenere giustizia o pietà, la paura vale. Nel naufragio del diritto, quando il tiranno aveva comune con l'uccello di rapina il nido su la rupe, l'istinto ladro, le voglie crudeli e gli artigli sanguinosi, la giustizia abitò le catacombe al pari dei discepoli di Cristo, e attese a difendere l'umanità. Sopra la terra di Vestfalia venne prima istituito il tribunale della santa Vema, segreto e terribile, che giudicava i delitti dei potenti e li puniva. Le medesime cause partoriscono naturalmente i medesimi effetti; la nostra forza fu infranta davanti a forza maggiore, il diritto è calpestato, i lamenti derisi, le acque dell'amarezza ci annegano. Che fare? Dileguarci nei sepolcri sarebbe il meglio; ma a i figli, alle donne, a tutti quelli insomma che per infermità o per natura si sentono pusillanimi, come provvederemo noi? Repugna l'animo nostro dal partito estremo adoperato dai Giudei quando Tito Vespasiano espugnò Gerusalemme; e non lo praticheremo noi. Costituiamoci a posta nostra Tribunale, invisibile tutela degli straziati, e vendicatori dei misfatti. Omai servire bisogna, tra noi e i Francesi Dio ha giudicato, e davanti a cui egli ci atterrava, forza è pur troppo che ci atterriamo noi, e se lo stato dei nostri non inaspriscono vivremo, e lasceremo che vivano: noi non pretenderemo, che nelle nostre piaghe infondano olio e vino come adoperò il Samaritano, ma nè anco patiremo, che ci stillino veleno. Se poi ci ridurranno alla disperazione noi cadremo improvvisi come il fulmine e terribile come lui. Ottenga allora la paura quello che non poterono procurarci la giustizia nè la misericordia: e veruno straniero commetta colpa senza tremare continuamente il vendicatore che lo colga. A me è parso che in questa guisa possiamo sempre benemeritare della Patria e della umanità; ci ho meditato sopra nella notte quando il silenzio e le tenebre schiudono la mente ai casti pensieri della tomba, ci meditai a piè degli altari: mi consigliai col mio angelo custode, implorai Dio che m'illuminasse, e non sentii niente che mi dissuadesse, anzi tutto mi confermò nel proponimento. Gli è molto facile, che la mala morte ci colga, ma io ho considerato che ogni setta, anco la più empia, ebbe martiri, la Patria, che pure si reputa nobilissima fra le religioni, non vanterà i suoi? Può darsi che il mondo ci chiami infami, ma a cui sprezza la morte, che importa il mondo? Dio che sente i nostri cuori ci darà premio o pena: ed io vi accerto, che ci aspetti il premio eterno in paradiso.»
Così orava fervorosamente Domenico da Leca curato di Guagno: s'egli avesse ragione a me riesce arduo giudicare: questo ben so, che i Francesi ebbero torto, gli acerbi gastighi meritarono, e a questi più che ad altro furono debitori i Côrsi se la immane ferocia degli stranieri oppressori pigliò col tempo andatura più umana. Queste cose si rammentano non in odio dei Francesi, bensì della tirannide, che gli angioli stessi renderebbe demonii. Per fermo tu provi generosi gl'Inglesi, ed alacri soccorritori delle miserie altrui, pure coteste generosità e misericordia loro difettano di un certo tepido alito, che consolando blandisce; si sente sempre un braccio che dall'alto si stende al basso, un'anima che sa, senza menomare la copia della sua felicità, potertene far parte; insomma non è l'inglese il ricco epulone che lascia languire alla porta del suo palazzo Lazzaro affamato, bensì gli manda a ribocco i rilievi della mensa, forse anco qualche vivanda intatta; i Francesi poi ti aprono il penetrale domestico, ti mettono a parte della famiglia, ti accostano al proprio cuore e ti ravvivano, eglino, arguti nella beneficenza, arrivano a persuaderti essere la sventura, come l'ingegno, come il valore, e le altre nobili facoltà, pregio desiderabile della specie umana. La cavalleria nacque in Francia, e colà più che altrove fu educato questo fiore della barbarie, il quale propagandosi diventò la civiltà dei tempi moderni: ciò non pertanto i Francesi si comportarono in Corsica tali, che le belve più feroci non possono somministrare sufficiente paragone alla efferatezza di loro; e ciò per la ragione avvertita, che l'uomo messo su lo sdrucciolo del tiranno e del cagnotto, per quanta virtù possieda, forza è che diventi tormentatore.
Quanto affermo suona grave, io lo comprendo ottimamente, e non lo avrei scritto se non fosse per rifrescare dinanzi agli occhi degli uomini una esperienza che troppo spesso li proviamo disposti a mettere in oblio, e per altra parte siccome senza buone autorità non sarebbe creduto, reputo obbligo chiarirlo con carte in mano. Incominciando dai generali, innanzi tratto pongo un frammento di lettera scritta da Napoleone Bonaparte ventiquatrenne, la quale Nicolò Tommaseo giudica per probità, per calore di eloquenza e per feroce ironia, degna di Gian Giacomo Rousseau. Questo frammento voltato in italiano, imperciocchè la lettera comparisca scritta in francese, suona così: «parte dei patrioti propugnando la libertà della patria periva, parte abbandonava proscritta la terra fatta ormai nido di tiranni, ma troppi più non erano morti, nè fuggivano e diventarono segno di ogni maniera persecuzioni. Coteste forti anime corrompere non si potevano, e dall'altro canto il dominio francese, se le non si sperdevano, non poteva attecchire. Ahimè! Questo partito fu troppo bene portato al compimento; taluni perirono vittime di accuse falsamente apposte: tali altri, traditi dalla ospitalità e dalla fiducia posta in uomini venduti, espiarono sopra i patiboli i sospiri e le lacrime sorpresi alla loro passione: molti ammonticchiati, dal Narbona Fritzlar nella torre di Tolone, avvelenati col cibo, tormentati dalle catene, oppressi dai bistrattamenti, vissero, vita affannosa, e furono distrutti da morte atrocemente lenta.»
Che se si opporrà, che la età della bollente giovinezza, e la temperie della stagione (correndo in quel torno l'anno 1793) potevano partecipare colore esagerato alle scritture, e noi confermeremo la verità dello esposto con la sentenza di Giovan Carlo Gregorio, uomo maturo e grave magistrato, scritta sessanta anni dopo della lettera di Napoleone Buonaparte. Sul finire del libro per me ricordato, nella prefazione egli dichiara: «poi cominciò il governo dai servi tremanti, adulatori e ribaldi chiamato felice, ma la Consulta di Orezza del 1791 lo qualificò il più infame, il più esecrando di tutti i reggimenti! governo che durò lunga pezza, sopra del quale non hanno gli storici, come ne correva loro l'obbligo sacrosanto, disacerbato la ignominia amarissima che meritava, contenti di prorompere in vilipendii codardi contro la dominazione genovese, che dalla tomba ove giace, erano sicuri che non sarebbe più uscita a infierire contro i numerosi e sazievoli detrattori di lei» E questo si chiama scrivere bene col cervello e col cuore!
Delle promesse di gravezze diminuite anzi renunziate non si parlò neppure; come suole aumentaronsi. Bene si parlò subito, che sarebbe messo a morte irremissibilmente qualunque fosse rinvenuto con le armi addosso, e poichè questo partito non approdava, poco dopo mandarono fuori ordini rigidissimi contro chi, possedendo armi, non le consegnasse al governo. Chi non piegava la cervice giurando fedeltà al re cacciavano per boschi e per pendici non altramente che belva si fosse: in vero ci adoperarono cani e cacciatori e questi la più parte côrsi: aizzando così fratello contro fratello, onde il misfatto di Caino, mercè le virtù dei Francesi cessando di comparire delitto, fu reputato quasi opera meritoria; più di 500 tra preti e frati di mala morte finirono: fu gloria non avere pietà, e vanto la frode sanguinosa. Racconta la storia, come parecchi, tra gli altri un Pace Vincenzini e varii uomini della famiglia Franchi essendosi arresi, per le persuasioni di Monsignore Guernès vescovo di Alearia, al Marbeuf che gli assicurò della vita, questi appena gli ebbe in mano, gl'incatenò e mandò in galera; e al vescovo a cui parendo incomportabile tanta enormezza se ne rammaricava, rispose: «di che guaite voi? La vita promisi e la vita hanno.» Al sacerdote Salvatore Stappanova fu promessa libera l'andata insieme col suo nepote, però che egli disperando, vecchio com'era, di mai più rivedere la Patria, fatto danaro di ogni sua sostanza s'imbarcò per a Livorno, ma appena allargatosi dalla costa un miglio, ecco abbrivarglisi addosso a voga arrancata due barche regie di cui la ciurma urlava: «ferma! ferma!» Lo imperterrito sacerdote, senza esitare nè manco un attimo, tolse a sè l'occasione della morte ignominiosa ed ai persecutori la causa scellerata del tradimento, imperciocchè legatosi il sacco dei danari al collo si precipitò nel mare gridando al nepote: «vienmi dietro!» e questi lo faceva, ma pietà insensata fosse, o piuttosto prodizione, lo tennero, ond'ei di lì a poco col laccio fu tolto di vita.