Ultimi giacquero disfatti dalla empia virtù del tedio, epperò il tracollo di loro fu più duro di quello degli altri. Sentirono farsi pese le membra, a fatica sollevarono le mani non altramente che se fossero di piombo, appena le stendevano a pigliare cibo o bevanda molestati dalla fame; e bisognava che gli stringesse suprema qualche altra necessità perchè si movessero da giacere; l'aria stessa provavano greve e sul petto una sbarra di ferro come anticamente ponevano in Inghilterra su quello dei traditori. Da prima gli stimolò continuo il bisogno di stirare le braccia, sbadigliare, allungarsi con la persona, poi parve loro più giovevole lo starsi rannicchiati senza muoversi; spesso gli pigliava un languore di stomaco, cui tenevano dietro due o tre boccate di acqua; di breve i languori si mutarono in granchio, e il vomito dell'acqua in sete; ad ora uno zufolìo increscioso fischiava dentro le loro orecchie, e davanti agli occhi turbinavano nuvoli di faville. Tale il corpo; la facoltà intellettiva non sonnecchiava, bensì si struggeva in opera inane, imperciocchè la tenesse assorta la contemplazione di un punto fosco dal quale, invece di spicciare luce, o idea o immagine, usciva, spandendosi ed infoscandosi vie più sempre, il buio; gli era un tormento di sepolto vivo, o di anima condannata alla custodia del suo corpo morto: per ultimo cotesto punto diventava doloroso quanto una capoccia di chiodo ardente ma non infocato, e allora un gemere vario empiva cotesto luogo già miserabile per tanta sciagura. Se il cuore in loro vivesse non si accorgevano, nè ci badavano; forse se quelli che li cercavano a morte fossero saliti a scovarli fin lassù, mossi dall'istinto che domina ogni animale per la propria conservazione, si sarebbero difesi, ma per andare ad assaltarli eglino stessi anche con la certezza di vincerli, per certo non avrebbono fatto un passo; il più mortale nemico loro poteva passargli da canto senza paura, perchè lo avrebbero bene agguardato alle spalle finchè non fosse scomparso, ma veruno avrebbe posto il dito sul grilletto per isparargli dietro lo schioppo. Foglie secche, rimaste a mezzo dicembre su l'albero della vita.
Pure Altobello un giorno con supremo sforzo si levò su le ginocchia, e camminando carponi fino alla bocca della caverna, si rinfrescò la fronte inaridita con un pugno di neve; scosse potentemente le fibre del corpo gli dettero forza a rizzarsi, appoggiandosi ai sassi, ed a muovere due o tre passi fuori, l'aria vivida gli cagionò le solite vertigini, sicchè per poco non ricadde a terra, pure si resse; di breve acquistò vigore da sgranchiarsi le membra, si agitò, rifluì vivido il sangue nelle vene, la memoria e il pensiero tornarono nella consueta loro sede.
Qual sede e dove? Racconto storie, non detto trattati di metafisica: però basti al lettore sapere che la memoria e il pensiero tornarono nella sede dove, senza dubbio, stanno il pensiero e la memoria.
E con la memoria tornarono gli affetti eziandio, però che appena Altobello ebbe, per così dire, riscattato la sua anima, si fece indietro ed affacciandosi alla caverna esclamò:
— Chi vuol vedere il cielo? Chi lo vuol vedere?
Nessuna risposta, ed egli da capo:
— Chi vuol vedere il cielo?
— Io lo vorrei, ma non posso; rispose una voce, la quale quantunque roca, Altobello ravvisò per quella di Ferrante; allora quegli, come pauroso dell'influsso dell'aere maligno, entrò di corsa e preso Ferrante sotto le ascelle lo trascinò fuori della grotta: quivi gli stropicciò la neve in faccia, gli stirò gambe e braccia; lo sovvenne a rizzarsi in piedi, lo sostenne ritto; però parve che Ferrante non ne restasse gran cosa soddisfatto, dacchè guardava Altobello a squarcia sacco, e continuava a mostrare la sembianza stravolta come uomo a forza desto.
— Orsù, disse allora Altobello, andiamo a vedere, se gli antecessori nostri abitassero stanze più agiate delle nostre, perchè da questa caverna dobbiamo uscire per sempre; dal soffitto come dalle pareti sembra che stilli malinconia.
Ferrante gli tenne dietro senza rispondere; entrarono nelle grotte, e le rinvennero meno spaziose della loro, ma più asciutte e provviste di qualche comodità; ne avevano visitate tre e ne avanzava due altre: una di queste era chiusa da un assito; lo remosse Ferrante, ed allungando il piede per penetrarci inciampò in qualche cosa che gli dette molestia; abbassando lo sguardo vide essere un teschio umano, con altro ossame sparso la dentro; preso da subita stizza, sferrato un calcio lo colse in pieno scaraventandolo a capitombolare per le roccie; il teschio rimbalzando percosse su tre o quattro punte, e con un suono fesso parve brontolare; poi caso volle che al quarto sguizzo la scheggia di uno scoglio gli entrasse nel pertugio sotto la mascella, onde vi rimase ritto, e dondolando a destra e a sinistra per ultimo si rigirò, tenendo i fori degli occhi in su quasi per mirare chi gli avesse usato villania.