— Che vi dirò? L'animo mi porge che, andando, qualche infortunio mi aspetta; e poi la paura di avervi ad abbandonare per sempre, mi percote; finalmente la faccia di cotesto fanciullo, non so il perchè, mi riesce sinistra.

— Questo nostro sospettare di tutto e di tutti deriva dallo stato in cui noi siamo ridotti; ogni novità pel misero è argomento di miseria. Voi avete andare; se non per voi, almeno per noi. Arrivato sano e salvo al procoio, come non dubito, potrete attendere al modo di levarci di qui, e, quello che mi sembra ed è, per l'ora che corre, troppo più difficile, a rinvenire quattro cuori fidati e valorosi, che ci vogliono ricoverare; e ciò sia detto col debito ossequio della signora vostra madre.

— Tanto è, io non andrò.

— Amico, non ci mettiamo sul perfidiare, altrimenti presa una deliberazione non ci moveranno quattro pari di bovi: noi componiamo insieme una repubblica, chiamiamo Ugo Romano e Rutilio a parlamento, e quello che i più vorranno voi eseguirete.

Altobello avendo trovato giusto il partito, convennero insieme tutti i compagni e, ventilate lungamente tra loro le ragioni della partita e della permanenza, conchiusero, che Altobello avesse ad ogni modo a recarsi al procoio; ed egli si lasciò svolgere, e promise sarebbe andato: però a fine di non omettere precauzioni statuirono fra loro di accommiatare lo zitello con la notizia, che Altobello non partirebbe, perchè, s'egli fosse o spia o indiscreto, con lo svesciare, non solo non attraverserebbe, ma si agevolerebbe l'andata di Altobello, mentre se all'opposto (come non era a dubitarsi) e' fosse messaggero fidato, poco male saria uscito dalla falsa ambasciata, dacchè Altobello giungerebbe subito dietro a smentirla.

E come dissero fecero, onde il garzone si partì tenendo il broncio e brontolando, che se lo avesse potuto indovinare sarebbe rimasto con molta sua maggiore soddisfazione a giocare alle piastrelle su la piazzuola della chiesa.

Circa un'ora dopo la partenza del garzone, Altobello fece animo risoluto, strinse la mano agli amici, li baciò in volto, e si staccò col cuore chiuso da loro come presago di non averli a rivedere mai più. Scese lento, arrivato al ponte vi mise sopra il piede, lo ritrasse, si voltò addietro, credendo che una voce lo chiamasse, o sperando di vedere cosa, che a sè lo traesse.

Fantasticherie maluriose di cervello infermo! Altobello si fece il segno della croce e passò spedito dall'altra parte.

Appena il suo capo scomparve sotto le punte degli scogli, ecco uscire dalla crepa di una roccia lo zitello messaggero, e ratto ratto avviarsi al ponte. Troppo alto avevano parlato Altobello e i compagni, ond'ei, tuttochè dormisse, o fingesse dormire, aveva sentito il partito preso di andare senza dirglielo, anzi dandogli ad intendere il contrario; ed egli aveva avuto la pazienza di starsi nascosto là dentro per esplorare se dicessero da vero, oppure lo dileggiassero: allorchè poi si fu schiarito, che Altobello mandava a compimento la deliberazione vinta, proruppe in segni manifesti di allegrezza, taluni strani però, come sarebbe quello di cacciarsi le mani dentro i capelli e scombuiarseli tutti: amara gioia in vero quella che usurpa i gesti della disperazione!

Il passo del garzone è spedito e leggiero, come conviene alla sua età, ma perchè tiene egli la testa alta, e gli occhi tesi verso la parte donde disparve Altobello? Badi dove mette i piedi, o male gl'incoglierà.... e male veramente gl'incolse, imperciocchè mentre correva lesto su pei tronchi di arbore, il piede destro gli entrò sotto la legatura rilasciata della corda di spartea, e subito dette di uno stramazzone per terra: come gli persuadevano lo istinto di conservazione e il pericolo supremo nel quale ei si versava, si aiutò con le mani agguantandosi, ma non gli valse perchè la furia del tracollo non meno che il peso del corpo vinsero la forza della mano manca che sola scivolò intorno al tronco senza poterlo afferrare. Il piede rimase dentro la corda, che aggrovigliata a mo' di laccio lo tenne a contrasto coll'arbore, impedendo al fanciullo di ruinare giù in fondo al torrente. L'infelice si sentì sbalordito; indi a breve, contorcendosi tutto, si sforzò ripiegarsi sopra sè stesso per arrivare ai tronchi; moti faticosi e disperati erano quelli: quietò un momento per noi... una eternità per lui, perocchè in cotesto atomo di tempo egli vedesse lacci, forche e impiccati; e sentì i terrori della morte ed anche lo spaventarono i tormenti della vita futura; intanto la respirazione si attenuava penosa, il peso dei visceri gli gravitava sul cuore, e per le orecchie gli andava un ronzìo vie più sempre molesto, le tempie battevano tremendamente come se gli si volessero rompere; da prima gli oggetti reali, e le fantasme della sua immaginazione gli trescavano davanti sanguinosi di sangue di arteria, poco dopo tinte nell'altro sangue di vena, per ultimo diventarono azzurre; le goccie del sangue sentiva stillarsi nel cervello gravi e ardenti come se fossero di piombo strutto: dapprima dalla bocca colava spuma, ora però la lingua gli si fece arida e gli si attaccava al palato: innanzi che questo organo gli rifiutasse il suo ufficio volle gridare e' cacciò fuori un suono roco, come di uccello di rapina; e per tale lo appresero gli uccelli di rapina nella prossima pendice che risposero alla chiamata, allora si avventò lo stormo dei falchi stridendo in molte guise come se volessero congratularsi seco del largo pasto che la Provvidenza gli metteva d'avanti. Il garzone ne sentì l'arrivo con lo schiaffo delle ale nelle guancie, e collo incarnarsi degli artigli nella cute del cranio, sicchè agitate le mani per l'aere come costuma il naufrago in procinto di annegare, egli giunse a scacciarli un istante: pochi secondi dopo tornarono, ma questi pochi secondi erano bastati perchè la mancanza dell'aria, e lo stravaso del sangue nel cervello cagionassero la morte del fanciullo per apoplessia e per asfissia.