»Chi desolava è desolato! Il vincitore è vinto! L'arbitro degli altrui destini adesso supplica pel suo proprio destino! Gli rimane forse qualche speranza d'impero che valga a fargli sopportare cosiffatta vicenda, o teme soltanto la morte? — Morire da re, o vivere da schiavo. Ah! la tua scelta fu coraggiosamente codarda.

»Colui che vecchio intese fendere la querce, non temeva che gli si potesse richiudere. Incatenato al tronco che si provò invano di rompere, — quando si vide solo — quali furono gli suoi sguardi dintorno? Te incolse una pari sventura nella superbia della tua forza, e un destino più tenebroso del suo ti percosse. Egli cadde preda delle belve della foresta; — tu se' condannato a divorarti da te stesso il cuore.

»Il Romano, quando ebbe sfuocato il cuore rovente nel sangue di Roma, gittò via il pugnale, e ardì ridursi a casa nella sua salvatica grandezza. Egli osava partirsi per maggiore onta degli uomini che avevano sopportato il suo giogo e lo lasciavano incolume. L'ora della sua gloria fu quella in cui spontaneo abbandonò il potere.

»Lo Spagnuolo, quando l'agonia del dominio ebbe perduto ogni splendido incanto per lui, cambiò le corone in rosarii, lo impero con la cella, e la sua follia vaneggiava innocente quando si convertì in solenne annoveratore di grani di rosario, e in sottile disputatore di credi; — pure beato lui, se non avesse conosciuto mai o le reliquie della superstizione, o le tirannidi del trono!

»Tu poi — dalla mano repugnante ti era strappato il fulmine; — In poi troppo tardi lasciasti l'arduo comando, al quale ti teneva la tua debolezza attaccato. E comunque tu sii uno spirito maligno davvero, fa male al cuore considerare il tuo tanto avvilito, — e pensare che il bel mondo di Dio sia stato sgabello a creatura sì abietta!

»E la terra prodigava il suo sangue per costui che si mostra tanto avaro del proprio! E i potenti tremando con tutte le membra gli si prostrarono davanti rendendogli mercè per un trono! bella libertà, noi dobbiamo tenerti ben cara, dacchè i tuoi più acerbi nemici palesarono con modi così disonesti la interna paura! Oh! non possa mai tiranno al mondo lasciare nome migliore dietro di sè per ingannare il genere umano.

»I tuoi gesti iniqui stanno scritti nel sangue, nè così scritti invano: la fama non parla più dei tuoi trionfi e ne rivela le infamie. Se tu morivi come sa morire l'onore, forse qualche altro Napoleone sarebbe sorto a vituperare il mondo di nuovo. — Ma chi vorrebbe ascendere all'altezza del sole per rovinare poi in una notte senza stelle?

»Pesata la polvere di un eroe, ecco ella è vile quanto la creta del plebeo. Le tue bilance, o Morte, sono giuste per tutti quelli che muoiono: pure io credeva che una qualche più lucida scintilla, capace ad abbagliare e a stupire, animasse i grandi viventi, nè mi pareva possibile che il disprezzo giungesse a farsi ludibrio dei conquistatori del mondo.

»Ed ella, il vago fiore dell'Austria altera, la tua pur sempre sposa imperiale, come sopporta col cuore l'ora della tua sventura? Sta ella sempre unita al tuo fianco? Dovrà ella pure curvarsi, partecipare il pentimento tuo tardo, la lunga disperazione di te omicida rovesciato dal trono? Ov'ella ti amasse sempre, abbila cara: sarebbe la gemma più bella del tuo perduto diadema.

»Affrettati alla squallida tua isola, e guarda il mare: cotesto elemento può sostenere il tuo sorriso, perciocchè egli non fosse mai dominato da te; — e con la mano neghittosa, nelle tue torbide fantasie scrivi sopra la sabbia che la terra è libera come il mare, adesso che può applicarsi alla tua fronte il motto del pedagogo di Corinto.