V.

A rompere le ire del superbo Antioco quali tolse compagni Popilio nel periglioso viaggio? La bacchetta proconsolare, e il genio di Roma. E il tiranno si trovò preso dentro il circolo di Popilio, non altramente che lo scorpione cinto da carboni infiammati: — ma il tiranno fremeva, e si umiliava, — mentre lo scorpione avrebbe saputo trafiggersi da forte.

VI.

Regi barbari e schiavi ingombravano le aule dei Senatori. — A guisa del mendico, che importuna il limitare del dovizioso, i dominatori dei popoli stendevano supplici la mano ai cittadini di Roma limosinando una corona. E il popolo di Roma nei giorni di tripudio gettava a cotesti suoi soggetti dominatori di popoli pugni di corone e di popoli, come gittava per vaghezza migliaia di Germani o di Galli alle fiere nei virili suoi giuochi.

VII.

Il giorno in cui Giove rende l'uomo schiavo, gli toglie mezzo il senno;[5] Roma superò Giove, perchè valse a mutare in eroi anche gli schiavi. Spartaco col ferro delle catene si compose una spada, e ardì insorgere contro Roma, e morire di ferita nel petto. E Spartaco morendo levò gli occhi al cielo, e lo benedisse per la morte gloriosa. — Cotesto esempio non sarà imitato: da Spartaco in poi non vissero più schiavi. — Perchè dunque, o come, si vorrebbero invidiare e seguire i destini del servo romano?

VIII.

Quando la morte ti aperse le mani, o Roma, il mondo sembrò che tornasse nella pristina confusione delle cose; come le foglie della Sibilla, terminato il responso. — Nel naufragio della civiltà, delle leggi, di una religione per bene cento secoli durata, peristi, e le rovine di tutta la terra ti furono portentoso sepolcro.

IX.

Dormi in pace, non agitarti dentro il sepolcro. — Encelado fulminato, potrai forse prorompere a modo di vulcano, ma non infrangere i fati che siedono sopra il tuo avello; nella guisa stessa che il Titano non può levarsi di sul petto la montagna di fuoco.