X.

E pure qualche volta, spettacolo di miseria e di spavento, lanciato in aria il coperchio della tua sepoltura, balzasti fuori col collo reciso brancolando pei campi dello universo in traccia di una testa conveniente per te.

XI.

Invano prendesti il capo degli Ottoni; invano quello dei re Longobardi; invano dei Carlovingi. — Troppo ti furono pesi quelli degli Svevi. — Giulio, Gregorio e Alessandro, sia che il volere li trattenesse, sia che il sacerdozio gl'impedisse, male seppero adattarsi il tuo elmo pesante. — I capi di un Doge, di un Gonfaloniere, di un Duca di Milano, apparvero troppo piccoli alle immani tue spalle. — Quietati! — Due furono teste che convenivano a te: una sta in Roma, e fu di Cesare; — l'altra stava in mezzo all'Oceano, — e fu di Napoleone; entrambi tuoi figli, — entrambi aliti della magnifica anima tua.

XII.

Le antiche mura che ancor teme ed ama, E trema il mondo,[6] andarono disperse in polvere per tutti i venti della terra, quasi cenere di parricida. — Roma insana di dolore si cacciò, come Catone, da se stessa le mani dentro le viscere, e le stracciò in brani, aborrente di sopravvivere ai suoi fati; — poi scese una grande adunanza di Barbari a flagellarla legata alla colonna, — a ferirla di lancia inchiodata sopra la croce della necessità,[7] — e parvero eroi a cagione dell'agonia della nemica; — ancora, si assembrarono in numero infinito per vedere se fosse morta bene, e se bene stesse chiusa dentro il sepolcro, rompendo orribilmente il cadavere per assicurarsi meglio: — nè ciò bastando (chè la tomba stessa metteva spavento), si congregarono un'altra volta per seppellirne il sepolcro. — In verità, le ire della fortuna, la onnipotenza dei fati, e la paura dei popoli, hanno sepolto prima il cadavere, poi la sepoltura![8]

XIII.

Avete mai veduto la fiammella scaturire da una fossa funerea, svolazzare per la campagna come vaga di cosa che non trova, e poi tornarsi delusa pellegrina a chiudersi nell'antica dimora? — Così, come a Dio piacque, sopra questa terra visse un poeta, il quale superato il tremito delle ossa, e lo spavento dell'anima, si cacciò dentro ai romani sepolcri: rovesciò tutti gli avelli, speculò tutte le urne, rimescolò le antiche ceneri, tentando se mai una favilla romana fosse rimasta per alimentare un fuoco nuovo. Dio di misericordia! — La Fortuna e Nemesi avevano conservato la lampada accesa dentro il sarcofago di Tullia, la figlia diletta del supremo oratore di Roma....[9]

XIV.

«Sospenda ogni alito il creato, — taccia ogni vento, e sia pur quello che spoglia del profumo i fiori in primavera, — non muova un'aura, quantunque sopra candida nube ella si affretti di recare in cielo il voto degl'innocenti oppressi. — Angioli del paradiso, voi pure cessate i cantici, fermate il remeggio delle ali sante; deh! mi sia dato conservare la scintilla: io l'ho trovata, io vi ho trasfuso dentro, per alimentarla, l'anima mia; per lei ho cominciato a leggere in parte l'arcano della genesi nuova: — amare, e parlare...»